L’emergenza sanitaria ha posto le aziende di fronte ad una scoperta inattesa: hanno compreso infatti che possono funzionare bene anche solo con il 20% dei dipendenti seduti alla loro scrivania. Se questo è vero, perché sostenere il costo di un ufficio per il restante 80%?
La risposta non è poi così immediata e semplice. Se da un lato esistono tool che aiutano a supportare le modalità di comunicazione tra gli employee, dalla mappatura delle loro interazioni emerge una necessità di incontro fisico, a cui le aziende devono rispondere tenendo conto delle implicazioni del contesto, delle esigenze delle persone e degli obiettivi di business.
In questa direzione, i trend più diffusi al momento vanno nella direzione di orientare l’uso dello spazio fisico come luogo di interazione e scambio più spontaneo e generatore rispetto a quello consentito dall’attuale applicazione del remote working. Cambia quindi anche il concetto stesso dell’open space, sempre più declinato come un hub di relazioni in grado di fornire i giusti spazi e le corrette attrezzature per ogni task in ampie aree di supporto (activity based), che promuova mobilità e dinamicità (active design) e quindi benessere psico-fisico, scambio di conoscenza attraverso il desk sharing, interazione a distanza con singoli e team virtuali.
Oggi approfondiamo l’argomento attraverso i preziosi contributi di Barbara Cominelli CEO, JLL Italy; Massimiliano Notarbartolo, Co-Fondatore e CEO Progetto Design & Build e Michele Dalmazzoni, Collaboration & Industry Digitisation Leader presso Cisco EMEAR South.
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