Zebrania

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Oil & Gas Industry – Negotiation

Una sola volta sono andato in Zebrania. Mi recavo alla Zebra Company, i cui uffici sorgono in una di quelle città, nate capitali, progettate all’insegna della ridondanza. Vidi sei o sette Palazzi della Civiltà, non so quanti Castelli del Deserto, gialli di sabbia, innumerevoli Dimore della Zebra con finestre bianche e nere, vuote. Per le strade molti consulenti, tutti neri, e varie ragazze bianche con ghost writer al guinzaglio. Numerosi centri di tatuaggio con designer come stagisti e PR che, nell’indifferenza generale, urlavano comunicati sporgendosi dai cornicioni.

Una processione di sette taxi mi accompagnò, neanche fossi un capo di Stato, al palazzo dei petrolieri, costruito al centro della raffineria, pensato bianco di marmo, ma ormai schizzato dalle infinite fuoriuscite di idrocarburi in diverse fasi di lavorazione. Il Presidente Zebrano, capo dell’ente petrolifero di Stato, voleva semplicemente discutere delle commissioni – così le chiamano – che, dai tempi delle Sette Sorelle, tradizionalmente spettavano a lui e alla sua famiglia su tutti gli idrocarburi estratti.

La trattativa durò un’intera settimana, con estenuanti banchetti nei vari Palazzi della Civiltà, del Deserto o della Zebra e il Presidente Zebrano che mi presentava sempre nuovi membri della famiglia. Di norma la sera si raggiungeva un accordo, ma la telefonata notturna di un parente azionista lo rimetteva in discussione. “Occorre riparlarne”, era la conclusione. Mi chiedevo se i rinvii servivano anche a decifrare mie eventuali compagnie notturne con stakeholder o con oppositori del regime.

Al rientro in azienda, scoprii che altri miei colleghi erano stati in Zebrania, alla Zebra Company, ma non avevano ricavato le stesse impressioni. Di Palazzi della Civiltà ne avevano visto solo uno, un solo consulente per la strada, nero come tutti gli altri, niente ghost writer al guinzaglio e neppure centri di tatuaggio. Nessun PR urlante.

Quanto ai negozi poi, la capitale della Zebrania è così monumentale che botteghe, spacci o empori sotto quei solenni porticati marmorei sono impensabili e di cornicioni neanche l’ombra: solo architravi mosaicati e capitelli dorati. Mi sono chiesto allora se è la memoria a essere ridondante. Moltiplica forse i segni del mondo per non farlo scomparire. Ma i miei trascorsi con il presidente Zebrano? Anche quelli memoria o invece reali in tutti i loro eccessi? O nascondeva, la ridondanza, un nucleo di realtà, forse il segreto stesso del durare?

Tratto da Le Aziende InVisibili, pp. 66-67.

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