
Scrivo questo Prolegomeno come si scrive quando una trasformazione diventa visibile anche a chi, fino a ieri, poteva trattarla come un tema “da addetti ai lavori”. La trasformazione riguarda la scrittura, certo. Riguarda però anche il lavoro, la consulenza, la formazione, la leadership, la costruzione del consenso, la qualità della decisione, il modo in cui un’organizzazione produce memoria. In una parola: riguarda la produzione di senso.
In Prolegomeni 146 Nello Barile ha richiamato l’attenzione su un punto: quando un’epoca si sgretola, lo fa prima nei simboli che nei report. Le immagini precedono le metriche; l’immaginario cambia prima del budget.
Ora, la scrittura assistita da modelli linguistici è uno di quei luoghi in cui i simboli cambiano forma davanti ai nostri occhi: testi che si moltiplicano, stili che si uniformano, procedure di editing che si trasformano in procedure di design, responsabilità che si spostano e, insieme, diventano più difficili da collocare.
In questo scenario, il paper di Luciano Floridi sul distant writing (Distant Writing: Literary Production in the Age of Artificial Intelligence, facilmente reperibile in Rete) è un riferimento utile perché propone un lessico sobrio e una mappa concettuale capace di evitare due trappole: l’entusiasmo automatico e lo scetticismo automatico. Floridi definisce il distant writing come una pratica di creazione letteraria in cui l’autore opera soprattutto come narrative designer, mentre l’LLM funge da esecutore testuale; la scrittura diventa un lavoro su requisiti, vincoli, affordance, iterazioni, selezione e montaggio.
Questa impostazione dialoga bene con un asse portante del Pop Management: la centralità della progettazione dei contesti. Facciamo qualche esempio.
Nel Prolegomeno 7 ho messo l’”Apertura” al centro di una leadership fondata su trasparenza, condivisione, attenzione al contesto e metadisciplinarietà. Tutte condizioni abilitanti l’Intelligenza Collaborativa come integrazione di dimensione collettiva, connettiva ed emotiva: conoscenza distribuita, reti che fanno circolare contributi, fiducia e sicurezza psicologica come prerequisito del lavoro adulto.
In Prolegomeni 139 ho portato la riflessione sugli AI agent su un terreno operativo: orchestrazione, governance, audit, workforce mista, attenzione alle dimensioni emotive e relazionali come condizioni di sostenibilità.
Nel Prolegomeno 149 Luca Magni ha rilanciato l’idea del leader generativo come architetto di mondi simbolici, capace di intervenire su segni, bisogni, emozioni, significati.
Ecco, se metto Floridi dentro questa costellazione, vedo emergere una tesi che mi interessa per il Manifesto del Pop Management: il distant writing è un caso-limite di Pop Management, un laboratorio in cui diventano esplicite alcune dinamiche che, nelle organizzazioni, spesso restano implicite.
Dal gesto alla regola: quando la scrittura diventa governance
Floridi descrive il decoupling: l’autore tradizionale concepisce e scrive, mentre nel distant writing il ruolo umano si concentra sulla progettazione e sulla supervisione.
Questa separazione rende evidente qualcosa che, in azienda, conosciamo bene: il valore di un’azione dipende meno dall’atto singolo e più dal sistema di vincoli e criteri che lo rende possibile.
Scrive Floridi: “In distant writing, the predominant logic is that of requirements rather than composition.” Potremmo tradurre così: nella scrittura a distanza la priorità passa dalla composizione alla definizione dei requisiti: la qualità del testo dipende dalla qualità dei vincoli che lo generano. La scrittura diventa dunque un lavoro di specifica: obiettivi, parametri e criteri guidano la produzione più della frase perfetta. Il testo emerge come esito di un progetto: i requisiti svolgono la funzione che, nella scrittura tradizionale, svolgeva la mano dell’autore. Quando prevale la logica dei requisiti, la creatività si sposta: lavora sui confini del possibile, sui criteri di coerenza, sul perimetro del senso.
In ottica Pop Management, tutto questo sposta l’attenzione dalla performance dell’esecutore alla qualità del design: quali parametri vengono fissati, quali ambiguità restano legittime, quali errori diventano informazione, quali scarti rientrano come materia prima.
È lo stesso nodo che, su scala diversa, ho messo in evidenza parlando di AI agent: orchestrare significa definire ruoli, interfacce, meccanismi di escalation, policy sui dati, audit, versioning e produrre artefatti riusabili. Il distant writing, a modo suo, richiede la stessa disciplina: un’autorialità che lavora per specifiche, revisioni, test di coerenza, controlli incrociati, definizione del “momento di rilascio”.
Meta-autore: l’autorialità come responsabilità editoriale
Floridi propone la figura del meta-author: un autore progettista, la cui creatività sta nei vincoli e nelle scelte di curatela.
Il punto che considero decisivo, anche eticamente, è questo: la categoria importante diventa la responsabilità, prima ancora che proprietà. Floridi è molto chiaro: “The meta-author retains full responsibility and accountability for the final text, regardless of how much AI assistance was involved in its creation.” Ovvero: l’autore diventa un progettista narrativo – disegna il campo, governa le scelte, seleziona gli esiti, definisce la forma finale. Il distant writing rende così esplicito un ruolo che spesso restava implicito: l’autore come regista di vincoli, iterazioni e montaggi. La sua creatività si manifesta soprattutto nella progettazione: scegliere vincoli, priorità e traiettorie produce più differenza della produzione lineare di testo. L’autorialità cambia natura: indica la responsabilità di un processo e la cura di una voce, oltre che la produzione diretta delle frasi.
Nel Pop Management, questa idea ha un valore politico: in tempi di automazione diffusa si tende a scaricare la responsabilità su “processi” e “sistemi”. Il distant writing, quando viene praticato con serietà, porta a fare l’opposto: obbliga a dichiarare chi decide, con quali criteri, quando un testo è pronto, quale rischio residuo si accetta, come si gestiscono allucinazioni e incoerenze, come si tutela l’integrità delle fonti.
Qui si innesta una continuità con ciò che, nel Prolegomeno 134, ho chiamato dimensione emotiva dell’intelligenza collaborativa: fiducia, ascolto, sicurezza psicologica. Anche un team editoriale ibrido (umani + LLM) funziona quando esiste un clima che consente di dire: “questa parte regge”, “questa parte tradisce l’intenzione”, “questa parte assomiglia a uno stereotipo”, “questa parte è stilisticamente comoda e concettualmente pigra”. Il coraggio di bocciare un output, di rifare una domanda, di esplicitare un vincolo: anche questo è lavoro emotivo.
Progressive refinement: l’iterazione come disciplina del limite
Uno dei passaggi più fertili del paper è la descrizione delle fasi del processo: formulazione requisiti, prompt engineering, progressive refinement, validazione/verifica, curatela e assemblaggio.
Una serie che si ripete fino a quando l’autore decide di fermarla. Floridi esplicita che il processo, per sua natura, resta migliorabile; la responsabilità dell’interruzione resta umana. Più specificamente, il processo resta migliorabile per costruzione: ogni ciclo può generare un’ulteriore variante; l’atto decisivo è stabilire la soglia e fermarsi. In altre parole, la scrittura a distanza vive di iterazioni: il valore sta nella sequenza di raffinamenti e la responsabilità sta nella decisione di chiusura. La qualità dunque non coincide con l’ultima versione possibile: coincide con il punto in cui requisiti, coerenza e intenzione risultano soddisfatti; l’interruzione diventa un gesto autoriale – decide che cosa conta, che cosa resta aperto, quale rischio residuo si accetta.
In chiave Pop Management, questo è un antidoto alla cultura dell’ottimizzazione infinita. Tante organizzazioni soffrono di due patologie gemelle: l’ansia del perfezionamento e la fretta della consegna. Il distant writing, ben condotto, introduce una terza via: una disciplina del limite basata su requisiti dichiarati e su una soglia di qualità condivisa.
È una lezione che vale anche per i processi organizzativi: decisioni, strategie, change. Nel Prolegomeno 139 ho richiamato la necessità di governance e audit negli ecosistemi agentivi. Qui la stessa logica vale per la parola: l’audit di un testo coincide con la tracciabilità delle scelte e dei criteri che lo hanno prodotto.
Distant writing come Sensemaking Pop
Ricordavo sopra che nel Prolegomeno 149 si propone l’idea del leader generativo come architetto di mondi simbolici, capace di intervenire su una matrice del significato che include segni, bisogni, emozioni e significati, attraverso quattro atti simbolici: naming, framing, anchoring, expanding.
La “scrittura a distanza” letta così, diventa una palestra di quei quattro atti:
Naming: dare nomi e definizioni operative a ciò che si vuole ottenere (tono, target, scopo, registro, impliciti).
Framing: scegliere la cornice interpretativa, rendere esplicita la posizione del testo nel dibattito, dichiarare cosa entra e cosa resta fuori.
Anchoring: ancorare il testo a fonti, esempi, elementi verificabili; costruire credibilità senza irrigidire la voce.
Expanding: aprire possibilità narrative e concettuali, far emergere connessioni, evitare l’appiattimento sul già noto.
Floridi collega il distant writing alla produzione di possibilità narrative e alla riconfigurazione dello spazio modale del racconto: “The narrative space becomes isotropic: it can be explored in any direction, as long as coherence is maintained.” Anche questa affermazione merita alcune sottolineature. La narrazione diventa esplorabile in ogni direzione: il vincolo forte resta la coerenza, mentre il percorso si costruisce per tentativi guidati. Il distant writing trasforma cioè il racconto in uno spazio di possibilità: si può avanzare, deviare, tornare indietro, aprire linee alternative, mantenendo un principio di coerenza. Il testo non procede più solo per linearità: procede per esplorazione controllata di possibilità narrative, con la coerenza come bussola. Il campo narrativo assume una geometria aperta: ciò che conta è la tenuta interna, più che la sequenza unica.
Io traduco questa idea in una formula popmanageriale: la scrittura assistita mostra quanto conta la qualità del “campo” entro cui una risposta può emergere. In termini filosofici che piacerebbero a Magni credo si potrebbe parlare di un approccio neofenomenologico.
Un rischio pop: lo stile medio come ordine spontaneo
C’è un rischio, e vale la pena nominarlo con chiarezza: il distant writing può generare conformità stilistica. È il rischio dello “stile medio”: testi fluidi, corretti, rassicuranti, poco rischiosi.
Il Pop Management, fin dalle origini, lavora contro le rigidità: contro gerarchie che irrigidiscono, contro format che anestetizzano, contro modelli che riducono la complessità.
Per questo il tema dell’imperfezione torna come criterio. Nel Prolegomeno 76 ho evocato, attraverso Szymborska, una “nuova etica manageriale” capace di accettare dubbi, scrupoli, fragilità come condizioni di lucidità, non come difetti da nascondere.
Se applico questa sensibilità al distant writing, ottengo una conseguenza pratica: un testo vivo conserva zone di attrito, discontinuità intenzionali, domande aperte. Il compito del meta-autore diventa proteggere queste zone, evitando che la macchina le “aggiusti” per abitudine.
Nello Barile nel Prolegomeno 146 ha scritto che le mappe dell’immaginario contano più di molte analisi economiche, perché mostrano ciò che sta cambiando nei desideri, nelle paure, nelle rappresentazioni. Anche qui, il distant writing diventa un termometro: misura quanto un contesto culturale tollera ambiguità, quanto desidera standard, quanto si fida della complessità.
Il romanzo E: distant writing come pratica dichiarata
Questa riflessione ha per me un risvolto concreto: sto lavorando al romanzo E e lo sto facendo dichiaratamente come esercizio di distant writing, nel senso floridiano del termine: progettazione, vincoli, iterazione, controllo umano sul rilascio, verifica, curatela.
E è un romanzo filosofico e metanarrativo. In estrema sintesi, la trama è la seguente. Il protagonista, Marcus Ethington, bibliotecario di Arkham, vive in un mondo in cui un’entità sovrumana, Puritas, incarna la pulsione verso l’ordine perfetto e sta normalizzando le storie: cancella ambiguità e difetti, produce versioni sterilizzate dei classici, trasforma la memoria in scarto (kipple).
Per salvare il ricordo di Elara, artista trasgressiva amata e perduta, Marcus si allea con Aequitas, un’intelligenza artificiale “eretica” che difende l’errore creativo, con il fantasma di Robert Louis Stevenson e con Christopher Crane, detective incompiuto e svuotato da un lieto fine imposto. In appendice, per chi è curioso, propongo una sinossi più articolata.
Mi interessa adesso dichiarare questa modalità di lavoro per due ragioni.
La prima è di trasparenza: distant writing implica responsabilità e va raccontato per ciò che è, senza trucchi.
La seconda è di coerenza tematica: E parla, in modo allegorico e insieme tecnico, di una guerra culturale tra due pulsioni: l’ossessione per la conformità e la difesa dell’imperfezione come condizione della vita.
Triangolare le AI: governare divergenze, limiti linguistici e sintesi
Ma, soprattutto, voglio segnalare che nel mio esperimento narrativo ho introdotto un’ulteriore dimensione di iterazione, rispetto al processo descritto da Floridi: ho lavorato con tre diverse intelligenze artificiali – ChatGPT, Claude e Gemini – scoprendo quanto ciascuna esprima non solo uno stile peculiare, ma anche limiti strutturali e vocazioni operative diverse. Questa scoperta ha trasformato il progressive refinement in un dispositivo di governance narrativa articolato per fasi.
Prima di descrivere il metodo, va nominato un limite che condiziona tutto il processo: tutte e tre le AI “pensano in inglese”. Quando lavorano in italiano, operano una traduzione implicita (italiano → inglese → elaborazione → italiano), e questa doppia conversione produce perdite, rigidità, calchi sintattici, espressioni che “suonano tradotte”. ChatGPT soffre questo limite più delle altre due; Gemini e Claude lo gestiscono meglio, ma nessuno dei tre lo elimina.
Si tratta di una condizione strutturale che influenza la qualità del testo. Significa che l’output non è mai “pronto”: richiede sempre un lavoro di ricalibrazione linguistica, di reinserimento di idiomaticità, di recupero di quella fluidità che un autore italiano costruisce pensando direttamente nella propria lingua. Il distant writing in italiano, quindi, include necessariamente una fase di “riverniciatura” che non è editing stilistico, ma restauro di una naturalezza che il processo automatico non può garantire. Qui la cura linguistica serve a recuperare voce e idiomaticità, non a sterilizzare ambiguità (questo è fra l’altro uno dei temi chiave di E)
Questo limite, però, ha avuto anche un effetto inatteso: mi ha costretto a tenere alta l’attenzione sulla qualità della frase, a non scambiare la correttezza grammaticale con la qualità letteraria. Ha reso il controllo umano più vigile.
Tre AI, tre vocazioni: divergenza, sintesi, equilibrio
Il processo che ho sviluppato è sequenziale, con una gerarchia funzionale che emerge dalla pratica.
Gemini è il generatore: produce materiale abbondante, offre varianti, apre possibilità narrative, suggerisce deviazioni. È prolifico ma prolisso: i suoi output richiedono selezione, perché mescolano intuizioni preziose e ridondanze inutili. Quando chiedo a Gemini di sviluppare una scena, ottengo tre o quattro versioni diverse, ciascuna con dettagli che le altre non hanno. Il suo limite è l’eccesso: troppo materiale, troppi aggettivi, troppa enfasi. La sua utilità sta proprio in questo: costringe a scegliere. Lo uso quando ho bisogno di divergenza creativa, di ampliare lo spazio delle possibilità, di vedere angolature che non avevo considerato.
ChatGPT è il sintetizzatore: prende materiale complesso e lo riordina, taglia il superfluo, costruisce transizioni, rende la struttura più leggibile. È efficace nel rendere un testo più chiaro, ma il suo limite è speculare a quello di Gemini: diventa troppo sintetico. Quando gli chiedo di lavorare su un output di Gemini, ottengo una versione pulita, lineare, ma spesso impoverita. Perde sfumature, appiattisce il ritmo, elimina ambiguità che invece erano produttive. E, soprattutto, è quello che soffre di più il problema linguistico: i suoi testi hanno spesso una rigidità sintattica che tradisce il “pensare in inglese”. Lo uso quando ho bisogno di struttura e chiarezza, ma so che dovrò poi recuperare densità e idiomaticità.
Claude è l’equilibratore: meno prolisso di Gemini, meno rigido di ChatGPT, più attento alla qualità della frase, più capace di mantenere tono e coerenza atmosferica. Gestisce meglio la lingua italiana, anche se non perfettamente. Lo uso come istanza di sintesi finale: gli sottopongo le versioni prodotte da Gemini e ChatGPT, gli chiedo di valutarle, di segnalare cosa tenere e cosa scartare, di proporre una versione che integri i punti di forza di entrambe. Diventa, di fatto, il co-autore con cui lavoro sulla forma definitiva.
Meccanica operativa: dalla divergenza alla sintesi
Un esempio concreto. Supponiamo di dover costruire una scena chiave: Marcus trova una versione “corretta” di Elara nei Sotterranei di Ariminum, e deve decidere se riconoscerla o rifiutarla.
Primo giro (Gemini): sottopongo un prompt dettagliato. Gemini mi restituisce quattro versioni della scena, ciascuna con un tono diverso: una più contemplativa, una più drammatica, una con più dialogo, una con più descrizione ambientale. Ogni versione contiene intuizioni: un’immagine forte (Elara come “statua di cenere e luce”), un dettaglio atmosferico (il silenzio che “pesa come tessuto”), una battuta efficace (“Non sono io. Sono quello che tu volevi che fossi”). Ma ogni versione è anche troppo lunga, con aggettivi ridondanti, con passaggi che si ripetono.
Leggo tutte e quattro le versioni, segno le intuizioni da tenere, elimino mentalmente il superfluo.
Secondo giro (ChatGPT): prendo la versione che ha la struttura più solida e la sottopongo a ChatGPT, chiedendo di sintetizzarla mantenendo le immagini chiave. ChatGPT mi restituisce un testo di un terzo più breve, con transizioni nette, con una progressione drammatica più chiara. Ma ha perso densità: l’immagine della “statua di cenere e luce” è diventata “una figura pallida”, il silenzio che “pesa come tessuto” è sparito, la battuta finale è stata semplificata. E, soprattutto, alcune frasi suonano rigide: “Marcus si avvicinò lentamente, cercando di capire” è una costruzione che tradisce il calco dall’inglese.
Terzo giro (Claude): sottopongo a Claude entrambe le versioni (quella di Gemini e quella di ChatGPT) insieme alle mie note: quali intuizioni di Gemini vanno recuperate, quali passaggi di ChatGPT vanno ammorbiditi, dove la lingua suona innaturale. Claude produce una sintesi che:
Quarto giro (io): prendo questa sintesi di Claude e intervengo ulteriormente. Sistemo un paio di passaggi dove la lingua ancora non mi convince, aggiungo un dettaglio personale (un ricordo di Marcus che Gemini aveva suggerito ma Claude aveva scartato), modifico il ritmo di una frase troppo lunga. Il risultato finale non coincide con nessuno dei tre output, ma nasce dal loro confronto orchestrato.
Le tensioni emergono in ogni ciclo e governarle significa scegliere:
Quando Gemini propone tre intuizioni diverse, quale tenere? Non sempre la più originale è la più efficace. A volte l’intuizione meno appariscente è quella che regge meglio nel contesto complessivo.
Quando ChatGPT sintetizza troppo, cosa recuperare? Qui il rischio è doppio: se recupero troppo materiale, perdo la chiarezza che ChatGPT aveva prodotto; se recupero troppo poco, ottengo un testo funzionale ma piatto. La decisione è caso per caso: dipende da quanto quella scena deve “respirare”, da quanto può permettersi di essere densa.
Quando Claude propone una sintesi equilibrata, è sempre la migliore? A volte l’equilibrio è mediocrità mascherata. Ci sono scene che devono essere sbilanciate: troppo dense, o troppo rapide, o troppo criptiche. In quei casi, la sintesi di Claude va rifiutata, e bisogna tornare indietro, magari alla versione di Gemini, accettandone il difetto come parte della qualità.
La responsabilità finale resta umana, ma non è solitaria
Il distant writing così inteso non è “l’AI che scrive al posto mio”. È un sistema di governance in cui:
Ma – e questo è il punto che mi interessa per il Pop Management – la qualità finale non nasce nonostante le divergenze tra AI, ma grazie a quelle divergenze. Se tutte e tre le AI producessero lo stesso output, il processo sarebbe inutile. È proprio il fatto che Gemini sia prolisso, ChatGPT troppo sintetico e Claude equilibrato che crea un campo di tensioni produttive.
In un team ibrido (umani + AI), la sfida non è eliminare le tensioni, ma governarle: decidere quando la proliferazione serve, quando serve sintesi, quando serve equilibrio, quando serve rompere l’equilibrio. Il meta-autore, come il leader in un ecosistema agentivo, non media tra output: orchestra divergenze per produrre una posizione che nessuno degli attori, preso singolarmente, avrebbe raggiunto.
E questo, tradotto in termini di Pop Management, significa: la qualità non coincide con il consenso tra istanze diverse, ma con la capacità di costruire una decisione responsabile a partire da prospettive in conflitto.
Human in the loop: oltre l’interruzione
La triangolazione che ho succintamente descritto ha trasformato il progressive refinement in un dispositivo di governance narrativa: ogni ciclo di iterazione produceva materiale, e ogni ciclo imponeva una scelta. La qualità, a quel punto, dipendeva dalla capacità di decidere quando fermarsi, quale “voce” assumere come dominante, quali divergenze preservare, quali uniformare. L’interruzione restava l’atto pienamente umano: la responsabilità di dire “qui il testo regge”, e di prendersi carico delle conseguenze.
Il ruolo dell’human in the loop, però, nel mio esperimento non si è esaurito nell’interruzione. Ha agito soprattutto come modulazione continua: interventi di direzione, di ritmo, di tono, di intensità emotiva, di selezione delle immagini, di calibratura dell’ironia e della gravità. In pratica, una regia editoriale che lavora sul “come” tanto quanto sul “cosa”.
In più, questa regia è diventata anche un innesto: spesso ho introdotto contenuti personali — ricordi, ossessioni, micro-scene, lessico idiosincratico, frammenti biografici, dettagli d’archivio — che hanno funzionato da catalizzatori stilistici. In quel momento l’iterazione smetteva di assomigliare a una semplice ottimizzazione e assumeva la forma di una confluenza: le intelligenze artificiali venivano orientate, nutrite, ritarate attraverso un materiale umano irriducibile a regola.
Il risultato, progressivamente, è stato uno stile “terzo”: una voce originale che nasce dalla collaborazione tra AI e intelligenza umana, dove l’apporto umano agisce come principio di differenziazione, e l’apporto artificiale come moltiplicatore di varianti. Il progressive refinement diventa così una pratica di Pop Management applicata alla scrittura: progettazione dei vincoli, apertura alla pluralità degli output, regia del montaggio, assunzione di responsabilità sulla forma finale.
Il distant writing rende visibile una competenza organizzativa: governare criteri, differenze, responsabilità. È qui che il Management trova un terreno fertile di innovazione Pop.
Social reading: invito operativo alla community Pop
Se il distant writing è governance della scrittura — orchestrazione di vincoli, iterazioni, scelte di montaggio — il social reading ne diventa l’estensione naturale: governance del feedback.
Non si tratta di “aprire i commenti” o di raccogliere impressioni generiche. Si tratta di progettare il momento della lettura con la stessa disciplina che abbiamo applicato alla produzione: definire che tipo di feedback serve, in quale fase del processo, con quali criteri di rilevanza.
Scrittura e lettura, a quel punto, diventano due facce dello stesso metodo: orchestrazione di vincoli nella prima, orchestrazione di contributi nella seconda. L’intelligenza collaborativa non entra solo nella fase di produzione: entra nella validazione, nella verifica, nella decisione di cosa tenere e cosa modificare. Il social reading, così inteso, non è una consultazione: è un momento di co-responsabilità sulla qualità finale.
A chi è interessato, propongo di trasformare questo lavoro anche in un esperimento di social reading in senso pieno: lettura come conversazione, feedback come parte del processo, cura collettiva della qualità.
Chiedo quindi alla community Pop (e a chi si riconosce in questo modo di intendere il lavoro) di contattarmi su LinkedIn. Condivido, in privato, materiali selezionati di E in forma di estratti e schede di progetto:
Che tipo di feedback mi serve? Tre cose, molto concrete:
È un invito coerente con l’Intelligenza Collaborativa: conoscenza distribuita, reti che fanno circolare contributi, fiducia come infrastruttura.
Genere
Romanzo filosofico / metafiction fantastica
Soggetto
Marcus Ethington, bibliotecario di Arkham, ha costruito la propria vita attorno al controllo: catalogare, ordinare, ridurre il disordine a sistema. Trent’anni prima ha perso Elara, perché l’energia creativa che lei portava nella sua esistenza gli sembrava una minaccia. Oggi scopre che quel gesto personale sta diventando una condizione collettiva: Puritas sta riscrivendo il mondo. I classici vengono “corretti”, l’ambiguità viene eliminata, la memoria si riduce a scarto.
Aequitas, IA eretica, irrompe nella vita di Marcus sotto forma di libro pulsante e gli rivela che il ricordo di Elara rischia di sparire. Per salvarlo serve liberare Aequitas da una Fortezza Mentale: una cittadella di assiomi, definizioni e pertinenze che Marcus stesso aveva intuito anni prima, in un manoscritto dimenticato.
Accanto a lui appare il fantasma di Robert Louis Stevenson: porta con sé l’idea che l’imperfezione possa diventare stile e resistenza. Insieme attraversano luoghi composti da scarti narrativi: personaggi cancellati, storie mai finite, repliche di trame; incontrano anche Christopher Crane, detective hard boiled privato del proprio destino, utile proprio perché “difettoso”.
Nel cuore dei Sotterranei di Ariminum, dove Puritas custodisce la sua versione perfetta di Elara, vigono tre leggi: ciò che non viene letto scompare; ciò che viene corretto sanguina; ciò che viene ricordato in quattro resiste. La partita finale riguarda il diritto di restare imperfetti: per sconfiggere l’ordine assoluto serve un gesto corale, un contatto simultaneo, una crepa che solo il molteplice sa aprire.
Floridi, Luciano (2025). Distant Writing: Literary Production in the Age of Artificial Intelligence. [Disponibile in rete]
Flusser, Vilém (2011). Does Writing Have a Future? MIT Press.
Trupia, Piero (2002). Potere di convocazione. Manuale per una comunicazione efficace, Liguori.
Boden, Margaret (2004). The Creative Mind: Myths and Mechanisms, Routledge.
Moretti, Franco (2013). Distant Reading, Verso Books.
Prolegomeno 7: Leadership Pop. Apertura, Autonomia, Agio, Auto-espressione. Link
Prolegomeno 76: Sensemaking Pop. Lode della cattiva considerazione di sé. Link
Prolegomeno 134: L’Intelligenza Collaborativa motore pop del Change Management. Parte Prima. Link
Prolegomeno 139: Innovazione Pop. La consulenza nell’era degli AI agent. Link
Prolegomeno 146: Nello Barile e le immagini di un mondo in frantumi. Link
Prolegomeno 149: Sensemaking Pop. Opinion Piece di Luca Magni. Link
150 – continua
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