Liquor

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Identità liquida

Dopo una lunga traversata nel paesaggio desertico e polveroso si giunge al Porto Commerciale di Liquor. Luogo liquido senza una goccia d’acqua. Luogo che vede la presenza di ponti lignei, che scavalcano canali metafisici come in un quadro di Giorgio de Chirico.

Gli abitanti si muovono leggeri per le strade del villaggio di un bianco andaluso, appaiono e scompaiono come luci nella notte. Gli uomini, le donne, i bambini, presentano contorni indefiniti, come se fosse difficile mettere a fuoco la loro immagine singola e singolare. Non piove da secoli o forse qui non ha mai piovuto. L’aria brucia la gola secca del viaggiatore. Si cerca l’acqua, si sognano i pozzi, si immaginano i fiumi che forse un tempo solcavano il deserto. Chi arriva non può sopravvivere, deve ripartire immediatamente, se non vuole morire disidratato: eppure gli uomini sono qui da tempo immemorabile. È questo il mistero di Liquor. Non si capisce quali siano le condizioni minime di sopravvivenza in questa città: in qualsiasi altra parte del mondo bisogna bere, dissetarsi, per sopravvivere. Qui no. Come se gli abitanti vivessero in una condizione di liquidità mentale. Chi vive a Liquor non ha bisogno di bere, poiché conosce la condizione esistenziale dell’identità liquida.

Anche se la polvere regna come prodotta da un sudario, da secoli a Liquor le relazioni sono liquide: ognuno si incontra con l’altro in un flusso permanente di emozioni ed esperienze che vengono vissute con intensità ma immediatamente dimenticate. Quando incontri qualcuno non sai se sia già stato parte della tua vita o meno. Le storie si intrecciano, si sovrappongono e si perdono nella dimensione dell’amnesia. Le identità delle persone si sciolgono nel liquido amniotico del Porto, che restituisce di tanto in tanto frammenti personali paragonabili alla sabbia finissima prodotta dai detriti di conchiglie che vanno a formare le isole più spettacolari del mondo. Frammenti di identità che nessuno può ricostruire o ricordare e che contengono l’intensità fulminante di esperienze momentanee, uniche e irripetibili.

Così si produce questo velo permanente di polvere biografica, che non si sedimenta né si calcifica. Così Liquor diventa meta di incontri che moltiplicano le emozioni collettive ma che si perdono nella memoria personale: tutto viene invece registrato e archiviato nella memoria sconfinata e inaccessibile del Porto, che registra i nomi e racconta le biografie. Nei sotterranei accessibili solo al Capitano – sempre lo stesso da centinaia di anni (c’è chi dice sia solo un simulacro) – si conserva la memoria incarnata di Liquor e della sua popolazione. La sua storia, gli eventi che ne hanno plasmato la vita collettiva, l’origine e la costruzione dei palazzi: alte torri di argilla che assomigliano alle case di Sana’a, nella terra in cui governava la regina di Saba. È così che Liquor diventa il luogo delle identità liquide, dei flussi vitali, delle storie disincarnate, dei corpi senza memoria.

Ma nello stesso tempo il luogo-archivio, il luogo che non dimentica, schedando inesorabile la vita di tutti. L’unico che può leggere è il potere. Il Capitano è convinto di tenere così tutti sotto controllo, conoscendo ogni particolare della vita di ognuno: ma in realtà non controlla nulla, poiché le persone dimenticano la propria identità e non sono quindi né prevedibili né ricattabili. Vivono tutto per la prima volta e il loro cervello è una tabula rasa su cui scrivere come sull’acqua.

Tratto da Le Aziende InVisibili, pp. 132- 133.

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