Dieci anni fa, quando ha visto la luce, il Manifesto dello Humanistic Management sembrava ancora il sogno di un manipolo di visionari. Eccellenti certo – da Domenico De Masi ad Enrico Bertolino, passando, tra gli altri, per Piero Trupia, Francesco Varanini, Enzo Rullani, Giampaolo Azzoni, Pino Varchetta, Duccio Demetrio, Paolo Costa (il fondatore di Twitteratura), Andrea Notarnicola, l’intera famiglia Varvelli – ma pur sempre degli inguaribili idealisti.
Oggi invece è sempre più diffusa la consapevolezza che per realizzare un modello di impresa 2.0 ciò che occorre è proprio quello che scrivevamo in quel testo:“non un nuovo paradigma, non una nuova verità assoluta, assiomatica, ma piuttosto un nuovo tipo di discorso. Un discorso che metta al centro l’“arte”, quale ci è mostrata in massimo grado da poeti, romanzieri, drammaturghi: da “umanisti” nel senso rinascimentale, narratori di storie, “facitori di senso” (sensemakers) tramite il romanzo, la poesia, l’autobiografia, il teatro, il cinema, ma anche il social networking e il web 2.0”.






