Stefano Magni è un innovation manager.
Ha legato la sua carriera professionale al mondo aziendale, ricoprendo incarichi di responsabilità all’interno di diverse organizzazioni multinazionali/PMI.
Un figlio curioso dello Humanistic Management, convinto che Humanities sia davvero parola chiave, da declinarsi in modo Pop: per farvi perno nello stanare e gestire percorsi di sensemaking ed engagement, attraverso quella “filosofia di margine” cui spesso torno nel suo impegno quotidiano tra persone e” techne”.
Stefano Magni
Se il Pop management vive nell’istanza di apertura verso l’altro da sé[1] – come evidenzia chiaramente Marco in Prolegomeni 7 parlando di leadership – è alle terre di frontiera, ai luoghi liminali e di transito che dobbiamo puntare, per attivare quella trasversalità essenziale al Pop per contaminare e vivificare.
“Contagiando e contattando, advocando” con quella magnetica capacità che le stelle hanno di orientare nel percorso, chiamando nei “de-sider(i)a” che dicono della nostra lontananza da esse.
Accettando la sfida di uno sguardo bieco e straniante, che non rifugga dalla doppiezza e dal perturbante: sapendo quanto ambivalenza ed ambiguità – a strutturare le condizioni psichiche segnate dall’eccedenza – siano prossime pure alla meraviglia, come sia Freud che Aristotele rimarcano (come anche Lewis Carroll, Ndr).
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