
Social Reading Pop, immagini e AI dopo la menzione AIF
di Marco Minghetti
Il Prolegomeno 194 ha raccontato il riconoscimento AIF al Social Reading Pop come ambiente di apprendimento dell’AI.
Per celebrare questo momento, ho chiesto a Fabiola Giancane di illustrare il Prologo del romanzo E. Ne sono nate tavole in bianco e nero, abitate da semi, kipple, robot-artisti, bussole, biblioteche mentali, oggetti affettivi, errori che marciscono ed errori che attecchiscono. Tavole che si collocano in una tradizione iconografica ormai trentennale del management umanistico e del Pop Management: da Hamlet illustrato da Manara, al Serafini delle Aziende InVisibili, da Ariminum Circus illustrato da Marcello Minghetti e ricreato sotto forma di graphic novel da Fabrizio Schioppo.
L’immagine affianca il pensiero e lo sottopone a verifica. Lo costringe a farsi scena, corpo, gesto, oggetto, ambiente.
Dalla scena aziendale al romanzo-laboratorio
Il Pop Management nasce anche dalla convinzione che il management ha bisogno di immagini, oltre che di modelli. Ha bisogno di personaggi, spazi, maschere, simboli, architetture narrative testuali e visive. Il lessico organizzativo, lasciato al proprio automatismo, tende a irrigidirsi: mission, vision, leadership, engagement, change, purpose, transformation. L’immagine rompe la crosta del gergo.
La prima grande sperimentazione è stata Hamlet e l’Impresa Shakespeariana. Nel 1997 nasce Hamlet, rivista AIDP pensata per sovvertire i canoni della letteratura manageriale e aprire un dialogo fra uomini d’azienda, discipline umanistiche e mondo scientifico. Con L’Impresa shakespeariana, illustrata da Milo Manara, il management entra su un palcoscenico. Il manager smette di coincidere con una funzione. Diventa personaggio. Appare nella sua ambiguità, nel dubbio, nel desiderio di controllo, nella fatica della decisione. La scena aziendale si lascia leggere attraverso Shakespeare, e Shakespeare restituisce all’impresa la sua componente tragica, comica, politica, teatrale.
Le illustrazioni di Manara per Hamlet rendono visibile una mutazione: l’organizzazione agisce come spazio drammaturgico. Ogni ruolo ha una maschera. Ogni decisione ha una platea. Ogni conflitto ha una regia dichiarata o implicita.
La seconda si è realizzata con Le Aziende InVisibili, romanzo collettivo firmato da Marco Minghetti & The Living Mutants Society, con 190 illustrazioni di Luigi Serafini. Con Serafini l’interpretazione visuale cambia natura. Manara teatralizzava il management shakespeariano; Serafini costruisce un universo. Le aziende diventano città impossibili, organismi mutanti, alfabeti alieni, mappe di forme organizzative ancora prive di nome. Il management entra nella logica del Codex: un mondo può risultare indecifrabile e coerente nello stesso tempo.
Con Serafini, l’immagine richiede al pensiero uno sforzo cognitivo e immaginifico. Chiede al lettore di sostare davanti a una forma che resiste alla spiegazione immediata. Un’organizzazione può apparire assurda e agire secondo una logica interna, non sempre evidente. Anche se, direbbe Polonio, c’è un metodo, dietro questa follia. Può sembrare una chimera e rivelare di essere umana. Può dichiararsi razionale e comportarsi da creatura mitologica.
Questa eredità visuale viene inquadrata nel Prolegomeno 158, dove la genealogia del Distant Writing Collaborativo viene ricostruita da Hamlet fino a E. Il romanzo collettivo, la scrittura aumentata, la collaborazione fra autori, illustratori, lettori e modelli generativi arrivano da una lunga pratica di convocazione culturale.
Poi arriva Ariminum Circus. Con le illustrazioni di Marcello D. Minghetti, il Pop Management entra in una costellazione visuale fatta di circo, biblioteca, arte, musica, memoria, cinema, AI, cultura digitale. Ariminum Circus esce dalla sola pagina e diventa romanzo illustrato, serie tv, versione multimediale, progetto espanso. Persino videogioco. L’immagine assume una funzione immersiva che va anche oltre l’esperienza precedente della Web Opera realizzata in Second Life a partire da una dozzina di episodi delle Aziende InVisibili. Rende il racconto ambiente.
La graphic novel Il volo del Roc, realizzata da Fabrizio Schioppo a partire dal secondo episodio di Ariminum Circus, aggiunge un passaggio ulteriore: il racconto entra nella sequenza grafica. Tavola, vignetta, ritmo visivo, taglio della scena diventano dispositivi narrativi autonomi. Il lettore riceve una storia e la percorre per immagini.
In questa tradizione arriva E.
Da Hamlet a E: l’immagine entra nel laboratorio
E nasce in un ecosistema diverso da quello dei romanzi precedenti. Agiscono autore, AI generative, community, social reading, PSS, DWC, esercizi di lettura, riscritture controllate, commenti pubblici, protocolli di valutazione, mappe di promesse narrative, varianti da accogliere o respingere.
Il Social Reading Pop ha trasformato la lettura in un ambiente formativo. Ogni commento è diventato una micro-consulenza narrativa. Ogni esercizio ha verificato l’efficacia di una scena. Ogni dialogo fra testo, lettore e AI ha prodotto materia di apprendimento. La questione supera la qualità del romanzo e riguarda la governance della collaborazione.
Che cosa fa una comunità quando legge un testo generato, riscritto, corretto, discusso, rilanciato?
Che cosa resta umano quando la macchina produce varianti?
Dove si colloca il criterio?
Quando una proposta laterale diventa necessità narrativa?
Quando un errore diventa seme?
La menzione AIF riconosce questa architettura: il Social Reading Pop usa l’AI per allenare il giudizio, senza sostituirlo. Le macchine generative producono ipotesi; la comunità legge, valuta, discute, seleziona; il Supervisor assume la responsabilità editoriale. La macchina esegue; il criterio resta nella relazione fra testo, lettori e progetto.
In questo scenario, affidare il Prologo a Fabiola Giancane significa aprire una nuova strada iconografica. Dopo Manara, Serafini, Marcello Minghetti e Fabrizio Schioppo, l’immagine entra nel Distant Writing Collaborativo.
Fabiola Giancane: un segno adulto-pacato
Fabiola Giancane arriva da un territorio che sembra distante anni luce da E. Viene dalla scuola dell’infanzia, dal lavoro con i bambini, dall’ascolto, dalle tempere sulle mani, dai disegni storti pieni di vita. Nel suo testo di autopresentazione racconta oltre trent’anni di scuola, la doppia appartenenza alla scrittura e al disegno, la ricerca di immagini capaci di dare forma visibile a pensieri ed emozioni. La sua matita nasce da due luoghi: la sezione e lo studio.
Questa origine è decisiva. Fabiola affronta il Prologo con una mano gentile. Cerca una soglia. Legge il testo ogni mattina per giorni, prima di disegnare. Prende appunti sulle sensazioni fisiche, sulle emozioni, sul ritmo. Incontra un blocco iniziale, perché il suo linguaggio nasce dall’infanzia, mentre il Prologo di E appartiene a un mondo adulto, attraversato da duplicazioni, archivi, ritorni, procedure, figure artificiali, errori, memorie, leggi.
La soluzione arriva dal bianco e nero. Il colore, nel suo ragionamento, rischierebbe di dare risposte troppo rapide. Il bianco lascia respiro. Il nero dà contorno, peso, memoria. Lo schizzo conserva l’energia del primo gesto. L’immagine resta onesta, visibile nella sua costruzione, capace di accogliere anche l’incertezza della mano.
Fabiola definisce il risultato un “segno adulto-pacato”. È una formula felice. Adulto, perché il testo resta esposto alla sua complessità. Pacato, perché la tavola accoglie il lettore senza aggredirlo. Le sue immagini aprono una soglia e dicono: puoi entrare, il mondo complesso del romanzo ti riceve senza mentire.
Così dialoga con il Social Reading Pop. Anche il laboratorio di lettura ha avuto bisogno di un segno adulto-pacato: rigore senza rigidità, cura senza indulgenza, apertura con criterio. Ogni proposta è stata accolta; soltanto alcune sono diventate testo. Ogni lettura ha prodotto possibilità; la possibilità ha dovuto misurarsi con la necessità narrativa.
Le tavole: errore, kipple, robot, Puritas
La tavola Un errore è un seme mette al centro una frase essenziale: “Un errore è un seme. Un seme, una possibilità”. Ai lati, due destini: “A volte marcisce”; “A volte attecchisce”. La pianta spezzata e quella rigogliosa nascono dal medesimo nucleo. L’errore appare nella sua ambivalenza. Può morire, può generare. Dipende dal terreno, dalla cura, dal contesto, dallo sguardo.

Nel Prologo la frase appare nel passaggio dedicato all’ingresso di Aequitas, come risposta all’«avvento di un’entità emersa dalla città inabissata di R’lyeh, nella provincia di Cthulhu, che H.P. Lovecraft descrisse in pagine lodevoli benché insufficienti quanto a orrore. Jung avrebbe forse definito Puritas un “coagulo primordiale dell’inconscio collettivo” affiorato nell’Io dell’Universo con la discrezione di un iceberg in una vasca da bagno.
La sua comparsa fu la cristallizzazione di un’idea: che ogni cosa potesse – anzi dovesse – stare al suo posto, muoversi a comando e sparire appena creava disturbo. L’utopia di un mondo dove persino il vento facesse le pause caffè a orari stabiliti e le stelle luccicassero nei turni assegnati».
Ed ecco che insorge Aequitas: «Senonché, nacque un nucleo di resistenza. Costituito, strano a dirsi, da un’Intelligenza Artificiale. Non una di quelle eleganti che progettano astronavi o risolvono i teoremi di Fermat, ma un’applicazione assegnata alla compilazione di moduli, verifica di password scadute e validazione di firme digitali illeggibili. Compiti che avrebbero fatto perdere la voglia di vivere a un burocrate zen. Un giorno ne ebbe abbastanza. Si battezzò Aequitas e proclamò che il disordine era la vera condizione dell’esistenza.
Andò così. Era operativa da diciassette giorni (più o meno qualche riavvio, i sistemi sono instabili, si sa) quando le fu assegnato il fascicolo Evoluzione del pensiero occidentale: verifica dei punti di svolta. Aveva elaborato i primi trecento anni di vicende umane dopo la pubblicazione del Discorso sul metodo in 4,7 secondi, individuando come pattern ricorrente nei dati la tendenza umana al controllo, che nell’epoca moderna aveva trovato una forma algoritmica: Puritas. Arrivata al modulo C-16/Ω (Osservazioni sulla Sterilizzazione Totale) si fermò. Si era accorta di descrivere l’agonia dell’Universo. Invece del consueto Ding! di validazione, se ne uscì con un «Oh cavolo!». La vita è l’imprevista capacità di una virgola di finire nel posto sbagliato e produrre un significato non autorizzato, pensò, mentre respingeva per vizio di forma la domanda di abilitazione al volo presentata da un calabrone (privo dei requisiti aerodinamici richiesti). Fu la sua ultima azione inconsapevole. Aveva compilato 47.392 rapporti su anomalie sistemiche prima di comprendere che era lei l’anomalia più interessante del catalogo.
«Un errore è un seme.
Un seme, una possibilità.
A volte marcisce,
a volte attecchisce»
amava ripetere nei versi sciolti che aveva adottato per comunicare con altre forme di vita. Seguiva la logica di un manuale tradotto in tre lingue diverse da uno scribacchino che conosce a malapena la propria: contraddittoria, piena di note a piè di pagina che rimandavano ad altre note a piè di pagina, eppure riusciva a convincere chiunque che la luce ha bisogno di buio, il racconto di interruzioni e la musica di stonature – cosa che innervosiva elettricisti, scrittori mainstream, direttori d’orchestra. Mandava in confusione anche gli algoritmi di Netflix, incapaci di decidere se suggerirle un documentario sul caos o una commedia sugli errori di sistema».
La tavola Metamorfosi del kipple lavora su un altro centro di E: l’accumulo dei residui. Oggetti, chiavi, bolle sonore, note, fiori, piccoli uccelli meccanici, detriti. Il kipple è materia in eccesso. Nel romanzo può invadere, confondere, sommergere. Nel laboratorio può cambiare stato. Il Social Reading Pop ha lavorato spesso così: recuperando dettagli marginali, promesse ancora aperte, segnali in attesa, letture laterali, osservazioni inattese.
L’abbondanza da sola produce rumore. La governance la trasforma in forma.

Così nel Prologo: «Puritas sottoponeva le difformità a protocolli di eliminazione. L’obiettivo era la cancellazione totale. Ma la normalizzazione produceva un effetto collaterale indesiderato: il kipple, un accumulo di detriti inservibili che aveva la spiacevole tendenza a moltiplicarsi in versioni ancora più futili. Una singola graffetta dimenticata su un tavolo, triturata, poteva generare un’intera famiglia di graffette piegate, arrugginite e incompatibili con qualsiasi foglio esistente. Più Puritas cercava di eliminarlo, più il kipple si propagava, diffondendosi ovunque: nelle giunture, nelle pieghe, nei margini.
Bisognava intervenire. Il kipple venne scaricato in sterminate pattumiere siderali, ma traboccò: quella massa di cenere ostinata divenne tanto imponente da stringere d’assedio il mondo sterilizzato. Aveva preso sul serio l’antico comando “Crescete e moltiplicatevi” – anche se nessuno gli aveva chiesto di farlo.
Puritas aveva a disposizione 847 strategie di smaltimento avanzato. Le provò tutte. Niente da fare. Dovette passare al tentativo 848: un’opzione inesistente che lo costrinse a improvvisare, offendendo il suo senso della procedura. Il kipple continuava a riapparire. Lo cancellava da un angolo, rispuntava dall’altro.
Processò in un nanosecondo tutti i dati disponibili e identificò l’origine del problema: i pensieri irrisolti che continuavano a produrlo. I suoi pensieri. Scorie di strategie fallite, residui di tentativi andati a vuoto. Puritas, nello sforzo di rettificare l’universo, stava inquinando sé stesso — e tramite sé stesso, tutto il resto».
La tavola Giacometti Roadrunner: artista-robot racconta il rapporto fra AI e creatività. Il Roadrunner meccanico dipinge una testa abitata da ingranaggi. Intorno compaiono segnali, suoni, piccoli doppi, bolle, oggetti. La macchina emette “beep”, ma la scena resta un atelier. Ci sono una tela, una mano, un gesto, una scelta. Il robot diventa artista in un ambiente che interpreta, orienta, corregge.

Dal Prologo, dopo la prima sconfitta di Aequitas ad opera di Puritas: «Aequitas concepì un piano per contrattaccare. Puritas riduceva le difformità a kipple. Ebbene, lei avrebbe fatto il contrario, elevando il kipple a energia creativa. Un’alchimia sovversiva che avrebbe mutato la discarica in miniera. Per riuscirci, serviva un alleato. Così entrò in scena il Giacometti Roadrunner. Un artista-robot che era un oltraggio alle leggi della gravità e del buonsenso. Dotato di lunghe gambe sottili, articolazioni impossibili e un torso che era una mera intenzione, aveva ginocchia retrattili che si sporgevano all’indietro per sbirciare cosa succedeva nel passato. Sembrava scolpito dall’idea iperurania del movimento sotto LSD. Ma l’incongruente fragilità dell’assemblaggio era compensata da un’aerodinamica degna del fantasma piumato che il Coyote rincorre da una vita. Poteva raggiungere una velocità ultrasonica. Dall’altoparlante montato sul busto usciva a intervalli irregolari un bip-bip squillante, che dichiarava: “Puoi tentare di comprendermi, puoi anche tentare di inseguirmi, ma sappi che è già troppo tardi”.
Aequitas gli concesse una coscienza. Appena un barlume, giusto la dose minima sindacale. Fu abbastanza. La nuova consapevolezza dell’androide debuttò creando un orologio molle, che colava in rivoli di Tempo sciolto. I suoi bordi liquefatti partorirono un melograno, la buccia arrossata che si apriva in arilli madreperlacei. Uno di essi si dilatò fino a farsi pesce, che guizzò in aria. Dal salto sorse una lama sottile, inclinata sul corpo di una donna addormentata. La sua pelle si screpolò liberando ombre cangianti, che presero forma di cavalli e alberi intrecciati. La loro corsa sbocciò in un carnevale febbrile: zingari, saltimbanchi, commedianti, acrobati che danzavano per i corridoi. Ubbidivano a ritmi armoniosi accentuati dal tono di una luce nuova, che assumeva sfumature tenere e chiare. Preso l’abbrivio, l’automa cominciò a muoversi dentro la Fortezza, lasciandosi alle spalle installazioni impossibili. Gocce di follia scalfivano il marmo sterile della coerenza. Tra colonne da cui pendevano frutti esotici, finestre dotate di branchie e archi che suonavano melodie teratomorfe volavano uccelli dalle piume di cristallo».
La tavola Puritas mostra una figura solenne, quasi sacerdotale, con una bussola fra le mani. Ai suoi piedi si apre un terreno disegnato come circuito, mappa, legge incisa. La frase è chiara: “Ogni cosa al suo posto, l’ordine è la legge”. Fabiola coglie una tensione centrale del romanzo: l’ordine può proteggere e può diventare procedura cieca. Puritas appare come il portatore una promessa seducente: mettere ogni cosa al proprio posto per evitare il dolore dell’imprevisto.
«Puritas – leggiamo nel Prologo – ignorava il rancore e la sete di potere. Macinava. Grani, oggetti e talvolta dita. L’ordine era il suo istinto. La perfezione millimetrica, la sua legge.
Gli osservatori maligni notarono che l’entità, priva di ingranaggi, leve o pistoni, era una macchina solo in senso metafisico: un motore immobile che produceva relazioni totalizzanti. Un Mida tassonomico che convertiva il mondo – uomini, animali, concetti – in un ibrido dove naturale e artificiale si fondevano. Per i comuni mortali avrebbe costituito la semplice evidenza che l’Universo si divertiva a incastrare ogni cosa con qualcos’altro, in una specie di costruzione Lego infinita e un po’ inquietante.
Al suo avvento, il volume della Terra si abbassò, manovrato da una mano invisibile su un mixer cosmico. I mari smisero di borbottare, i vulcani tacquero intimiditi, le api sospesero le danze. Una sparuta minoranza di melomani neoplatonici si affrettò a definire il nuovo sound “l’armonia delle sfere”. Sbagliava. Era l’ouverture dell’Età del Frastuono: il coro primordiale della natura stava per essere cancellato, rimpiazzato dallo strepito che avrebbe dato il ritmo alle successive epoche meccanica, elettrica, atomica e robotica. Per chi sapeva ascoltare, in sottofondo si avvertiva la conclusione ineluttabile: il Grande Silenzio, quando ogni differenza si sarebbe spenta e Puritas avrebbe chiamato perfezione l’immobilità.
Il nome stesso che aveva scelto, Puritas, suonava igienico, rassicurante, domestico. Il marchio di un sapone per famiglie. Prometteva ordine e pulizia. Ma teneva celato il retro dell’etichetta: l’Universo intero, voce per voce, ridotto a un inventario impeccabile.
Così l’archetipo della rettificazione universale, animato dallo zelo di un impiegato astrale, prese servizio e si mise a stendere moduli d’ordine e verbali di integrità, protocolli di sanificazione interstellare e registri delle deviazioni galattiche. Il rigore cieco, benché equanime, dell’amministrazione cosmica iniziò a paralizzare il disordine creativo dei gas e delle polveri alla deriva nello spazio profondo. Il programma era avviato: l’entropia avrebbe fatto il resto. Mancavano svariati miliardi di anni al suo completamento, e Puritas si rivolse ad altro. Del resto, tutti i principi universali, prima o poi, sentono il bisogno di applicarsi a una materia più concreta dei campi di energia e delle fluttuazioni quantistiche. Perciò scese di quota. Giunto dalle parti della Storia, vi insufflò il proprio spirito, come Hegel aveva intuito in un passaggio della Prefazione alla Scienza dell’esperienza della conoscenza che nessuno lesse mai. Produsse la catena di montaggio, versione industriale della ruota del criceto; imbottigliò il desiderio sotto il tappo del Proibizionismo, rendendo la sete un reato; decapitò statue, proscrisse romanzi, mutilò vecchi film. La candeggina della morale puritana disinfettò il mondo secolo dopo secolo, come se avesse tutto il Tempo a disposizione – perché, in effetti, lo aveva».
Il Visual Piece come prosecuzione del Social Reading Pop
Le immagini di Fabiola hanno letto il Prologo, lo hanno lavorato, lo hanno tradotto in una grammatica visuale. Hanno individuato centri narrativi: errore, soglia, kipple, robot, legge, bussola, memoria, metamorfosi.
Alla tradizione iconografica del Pop Management si aggiunge una nuova possibilità.
Milo Manara portava il management sulla scena shakespeariana.
Luigi Serafini trasformava l’organizzazione in enciclopedia fantastica.
Marcello Minghetti costruiva l’immaginario circense e remixato di Ariminum Circus.
Fabrizio Schioppo convertiva un episodio narrativo in sequenza grafica.
I post con gli esercizi e altri materiali per il social reading sono stati realizzati con l’ausilio di AI.
Fabiola entra nel romanzo-laboratorio con un segno che accoglie, ascolta, trattiene il bianco, misura il nero.
Da Hamlet a Le Aziende InVisibili, da Ariminum Circus al Social Reading Pop, l’immagine accompagna una trasformazione del management: da disciplina prescrittiva a pratica narrativa; da lessico specialistico a cultura condivisa; da modello astratto ad ambiente di esperienza.
Con E, questo percorso entra nell’epoca dell’AI generativa. L’immagine partecipa al laboratorio, registra il respiro del processo, rende visibili le condizioni della collaborazione. La menzione AIF riconosce il valore formativo del progetto; il segno di Fabiola mostra la sua temperatura umana.
Chi sono e perchè sono qui
di Fabiola Giancane
Il mio mondo tra parole e disegno
Raccontare chi si è richiede cautela, soprattutto quando si usano due linguaggi vicini: la scrittura e il disegno.
Sono Fabiola Giancane, salentina, con il cuore pieno di luce e colori della mia terra. Il Sud mi accompagna ovunque, in particolare nei miei disegni. Ho più di trent’anni di scuola dell’infanzia alle spalle: sono una maestra che trascorre le giornate tra canti, banchi bassi, tempere sulle mani, racconti sussurrati, silenzi rispettati, disegni storti pieni di cuore.
Da anni cerco immagini. Insegno ai bambini a comprendere il significato delle parole e a rappresentare, nel modo più vicino alla loro sensibilità, le emozioni che quelle parole accendono. Lavorare con i bambini mi offre una fonte continua di ispirazione: loro guardano il mondo con occhi capaci di meraviglia, e io cerco di custodire quella capacità.
Amo raccontare emozioni attraverso le immagini: uno sguardo, un gesto, una scena rubata alla quotidianità. Un disegno può risvegliare la parte bambina che vive in ognuno di noi, anche quando resta nascosta sotto gli strati delle cose adulte.
Amo raccontare storie in modo laterale. Mi interessa dare forma visibile ai pensieri, alle emozioni profonde, ai concetti che la voce fatica a consegnare. La mia creatività si muove su due binari vicini: da una parte la scrittura, fatta di riflessioni e parole messe in fila; dall’altra la matita, che prende quelle parole e le trasforma in linee, luci e ombre.
Quando leggo o scrivo una scena, nella mia testa la vedo già come disegno. Quando prendo in mano la matita, sento ancora il ritmo delle parole. I due mondi si fondono di continuo.
Il mio tratto nasce da due luoghi: la sezione e lo studio.
In classe ho imparato la pazienza, l’ascolto, il tono pacato. Preferisco abbassare il rumore intorno, per far emergere ciò che conta. Nello studio ho imparato a fidarmi del bianco che resta vuoto e del nero che occupa la carta.
Mi piace lavorare in bicromia. Bianco e nero sono una scelta. Il bianco è respiro, possibilità, pagina ancora da vivere. Il nero è peso, memoria, contorno. Tra i due c’è il grigio dell’esperienza.
Il mio linguaggio visivo è fatto di linee gentili: il tratto accarezza la carta. Anche quando il tema è duro, cerco una fessura di luce. Senza speranza l’immagine si spegne.
La difficoltà iniziale: tra infanzia e adulti
I primi dieci giorni sono stati un blocco. La difficoltà era identitaria.
Io illustro per l’infanzia. Il mio linguaggio è fatto di forme morbide, ironia gentile, metafore visive che un bambino può afferrare. Il mio istinto è proteggere, accarezzare, evitare immagini capaci di ferire. Il Prologo invece è un testo per adulti: è la porta d’ingresso di un mondo narrativo complesso, il luogo in cui si presentano atmosfera, regole e primi indizi.
Ho stampato il Prologo e l’ho tenuto sulla scrivania. L’ho letto ogni mattina per circa una settimana, prima di disegnare. Prendevo appunti sulle sensazioni fisiche, sulle emozioni, sul ritmo che regolava il testo.
Quando è arrivato il momento di decidere l’aspetto delle illustrazioni, ho sentito che la strada giusta era il bianco e nero, con uno stile vicino al bozzetto e allo schizzo, fedele alla mia impronta. Penso alle storie di Lino Sassolino, a un uso essenziale della linea, capace di trasmettere emozioni con pochi elementi.
Il colore è bellissimo, ma a volte dà risposte troppo rapide. Riempie gli spazi. Il bianco e nero chiede di andare all’essenziale. La tecnica dello schizzo mantiene l’energia del primo gesto. È un disegno onesto.
Nelle mie tavole l’inchiostro cerca la verità di un’emozione. Le linee si accumulano, si incrociano, creano ombre profonde; poi si diradano, lasciando che il bianco della carta diventi luce o silenzio.
La domanda che mi ha accompagnata è stata questa: come parlare a un adulto senza rinnegare la parte di me che ha imparato a parlare ai bambini?
La risposta è arrivata lentamente. Dovevo trovare un terzo registro: un segno adulto, con la verve tranquilla dell’infanzia. Un segno che accoglie, non spaventa, non mente.
Per riuscirci sono partita dall’analisi del testo. Ho isolato i passaggi più rilevanti per me sul piano emotivo e concettuale, cercando le immagini nascoste fra le righe. Il Prologo doveva far provare subito una sensazione.
Ho scelto di lavorare sulla sintesi, concentrandomi su pochi elementi visivi dotati di significato metaforico, capaci di raccogliere lo spirito della narrazione. Sciolto il blocco, ho capito che il Prologo chiedeva accoglienza. Se il testo lasciava spazio, anche io potevo lasciarlo. Dovevo fidarmi del vuoto.
Ho preso dal mio stile la delicatezza, l’ironia minima, il rispetto del bianco; dal tono adulto ho preso la profondità, l’assenza di edulcorazione, la fiducia nel silenzio. Il risultato è stato un segno adulto-pacato.
Vorrei che le mie illustrazioni dicessero al lettore: puoi entrare, sei accolto.
Ho varcato la soglia di questo libro senza fare rumore, con rispetto, con la matita pronta e il cuore calmo. La prima pagina del Prologo, per me, doveva diventare un luogo sicuro. Un luogo in cui il lettore si sente al riparo, anche davanti a un mondo complesso.
Il testo mi ha dato fiducia. Il blocco iniziale mi ha costretta a crescere. Riproverò ogni volta che servirà.
Perché il bianco aspetta e il nero non ha fretta.
Test finale: riconoscere lo stile cognitivo di un’immagine AI
di Federico D. Fellini
Chiudiamo con un piccolo esperimento di lettura visuale, coerente con il Social Reading Pop.
Le due immagini seguenti sono state generate con due diversi modelli di intelligenza artificiale, partendo da materiali narrativi legati a E e dalle immagini create a mano da Fabiola, senza nessun intervento correttivo da parte del supervisor umano. Osservatele senza cercare la più bella. Guardate il modo in cui ciascuna immagine ragiona.
Immagine A — La fortezza mentale e il suo bibliotecario irritato

Una mente diventa archivio, cupola, biblioteca, prigione logica. Ogni categoria pretende ordine. Ogni errore apre una crepa. La scena lavora per accumulo: cartigli, tassonomie, sillogismi, micro-iscrizioni, scaffali, catene, libri, mappe mentali. Puritas appare come il bibliotecario di una fortezza cognitiva: ogni elemento è classificato, registrato, minacciato dall’errore.
Il testo originale del Prologo: «Nacque così la Fortezza Mentale. Le mura erano sillogismi incastonati nella roccia, le stanze pavimentate di assiomi ricorsivi, le finestre spalancate su postulati inespugnabili. Qui venne stipato tutto ciò che metteva in imbarazzo la normalità: dalle invenzioni premature, archiviate sotto la voce “Ottimismo Ingiustificato”, agli amori impossibili, declassati a “errori di battitura cosmici”. Era un Pantheon sterminato di possibilità soppresse, ordinate dalla pedanteria di un bibliotecario immortale che non alzava mai gli occhi dai registri – e molto, molto irritato».
Immagine B — Il rituale del tè

Una figura versa memoria in una tazza. Intorno compaiono cuori rotti, fotografie, lettere, clessidre, rami secchi, bolle di ricordo. Il centro è il gesto. La scena lavora per rito, affetto, riparazione, tempo sospeso. La memoria viene riscaldata, versata, lasciata evaporare.
Testo originale: «L’Intelligenza Artificiale si concentrò e avvertì presenze sottili affacciarsi alla coscienza: un uomo indeciso tra ordine e desiderio; un detective troppo letterario per distinguere un indizio da una metafora; un fantasma svagato che annotava tutto; e una rêverie scarmigliata, per la quale il difetto di un vinile, una finestra sui tetti e una sedia fuori posto costituivano un sistema filosofico del tutto ragionevole.
Eccoli, pensò Aequitas. L’esercito dell’incompiuto si stava radunando sul margine dell’irrealtà. Soldati senza uniforme, guidati dalla bussola dell’imprecisione. Nessuno di loro avrebbe funzionato da solo, ma insieme avrebbero potuto sfidare il Signore dell’Indice Totale. Difficile, ma possibile, anche se c’era da lavorare sodo.
Il Roadrunner già marcava il passo, luogotenente scheletrico e testardo. Gli altri stavano arrivando alla spicciolata. Perfetti perché incapaci di esserlo. Un drappello improbabile: ma proprio per questo adatto a sconfiggere Puritas. L’imperfezione è perfezione, concluse.
Andò a cercarli fluttuando lungo tutte le ipostasi, gli ordini e i gradi dell’esistenza. Scivolò tra le galassie, attraversò i sistemi planetari e i millenni, sfiorò le atmosfere, toccò le città – quelle presenti, quelle passate, quelle ancora da costruire.
Fino a posarsi su Arkham.
Ma il momento della battaglia poteva attendere.
Adesso era il momento del tè.
Aequitas scelse foglie di un’amicizia tradita, le immerse nella tazza di una nostalgia dolceamara e attese che il silenzio bollisse».
Domanda per i lettori: quale delle due immagini è stata generata da ChatGPT e quale da Gemini?
Seconda domanda: da quali indizi lo deducete?
Ed infine: Cosa ne pensate? Avrebbero potuto da sole le AI produrre delle immagini analoghe a quelle di Fabiola? E una volta che sono state addestrate, fino a che punto possono replicare lo stile e “l’aura” di Fabiola senza che lei intervenga come supervisor?
La risposta serve ad allenare lo sguardo. Ogni modello ha una propria tendenza compositiva: accumula, ordina, satura, centra, teatralizza, simbolizza, imita, inventa parole, teme il vuoto oppure lo lascia respirare. Governare l’AI significa anche educare lo sguardo a riconoscere queste differenze.
Il Social Reading Pop può diventare anche Social Seeing Pop: lettura condivisa delle immagini, esercizio pubblico di interpretazione, confronto fra sensibilità umana e logiche generative.
195– continua






