Cura

La strada che consente di produrre creatività ed innovazione è quella indicata da Platone nel Convivio: una strada che inizia con l’amore per la conoscenza  e conduce alla comprensione che nel prendersi cura risiede la primaria responsabilità manageriale.

Il contesto drammatico del Dialogo platonico in cui questo amore viene tematizzato, il Convivio, è noto. Alcuni amici, durante il convito che dà il titolo all’opera, danno vita ad una gara di eloquenza: vincerà chi saprà tessere l’elogio più bello di Eros. Fedro lo esalta come agente di aggregazione sociale: “i sentimenti che devono guidare per tutta la vita gli uomini destinati a vivere nel bene devono ispirarsi ad Eros…. Se esistesse un mezzo per mettere insieme una città o un esercito fatti solo da amanti, essi si darebbero certamente il miglior governo che ci sia”. In termini aziendali, questo significa individuare in relazioni interpersonali “erotiche” (Engagement) un fattore di integrazione molto più forte di qualsiasi sistema gerarchico di pianificazione e controllo, perché fondato non solo sulla fiducia, ma ancor più sull’attenzione verso e per l’amato: sulla relazione radicale ed ineludibile con l’altro, che Aristofane evoca con il famoso mito dell’Ermafrodito.

Altri convitati sottolineano poi il ruolo di Eros nella costruzione dell’identità, motore dell’autosviluppo. Eros costringe l’amante a “fare morire sé stesso” per ri-definirsi rispetto alla persona amata, ad andare alle radici del proprio io perché lo mette in discussione: mette a nudo ciò che siamo (Pausania: siamo attratti da Afrodite Urania o da Afrodite Pandemia? Siamo fra quanti guardano alla faccia volgare di Eros e bramano solo l’unione dei corpi, o fra chi sa elevarsi al livello della Afrodite celeste e ricerca anche l’unione delle anime?), ciò che non siamo e vorremmo essere (Socrate: Amore è figlio di Poro, l’Abbondanza, e per questo è ricco di coraggio e di inventiva; ma poiché Penia, la Mancanza, è sua madre, mette queste doti al servizio della continua ricerca di ciò che non ha e che brama).

Eros ci fa scoprire, sottolinea Erissimaco, che la nostra è una “identità molteplice”. Si introduce così il concetto della molteplicità, che Calvino riproporrà millenni dopo come uno dei sei principi fondamentali per leggere la realtà. Erissimaco mette in evidenza che aspetti differenti della nostra personalità ricevono luce non soltanto da una persona, ma da diverse: entrando in rapporto “erotico” con le quali – unendosi in coppie, triangoli e cerchi – ciascuno può “accordarsi”, trovare la piena consonanza e armonia anche con sé stesso. Così l‘amico travia l’amico./Figlie snaturate corrompono il padre./Il fratello si fa ruffiano per la sorella minore (Wislawa Szymborska, Un parere in merito alla pornografia,  in Nulla due volte)

Una ricerca resa possibile in azienda dall’uso intelligente di strumenti di Social Networking e Enterprise 2.0, che rendono possibile quella forma di “erotismo aziendale” chiamato Engagement, fondato sulla automa scelta individuale condividere la value proposition aziendale con tutti i membri della community. Urgentissimo dunque appare il ricorso alla potenza “molteplice ed universale” di Eros, che pone le basi della piena auto-consapevolezza perché fondata sulla relazione personale, diretta, intima e rinnovata ogni giorno con l’altro.

Socrate infine riprende e sviluppa tutti questi temi, ma soprattutto insiste sul tema della creatività. Amore è creazione nella bellezza: l’unità degli amanti è feconda, “poiché”,  ha osservato Mario Trombino, “mette in gioco aspetti della multilateralità della vita nascosti (Possibilità, direbbe Szymborska, ndr), sia nella dimensione del corpo (consentendo la generazione di nuova vita), sia nella dimensione dello spirito, come sanno coloro che hanno visto nascere in sé,  da innamorati, una capacità creativa altrimenti sconosciuta”. Creare nella bellezza, appunto. Che è poi ciò a cui ogni organizzazione ed ogni individuo dovrebbe tendere, affinché la vita  sia degna di essere vissuta; oltre che per perseguire obiettivi aziendali d’eccellenza.

Quali sono allora gli impegni che deve assumersi il management per trasformare l’impresa, di cui è responsabile, in un mondo vitale caratterizzato dall’erotismo e dalla capacità di  “creare nella bellezza”? Che priorità deve assegnare alla propria azione?  A prima vista, sembrano domande complicatissime. Se provassimo a chiedere ad un campione rappresentativo di persone che lavorano in azienda di compilare la lista delle attività svolte da un top manager, ne scaturirebbe un documento di parecchie pagine. E’ interessante tuttavia scoprire che, quando il legislatore si è posto questo obiettivo, ha assegnato agli Amministratori Delegati pochissimi compiti. Mi riferisco al  Decreto Legislativo 17 gennaio 2003, n. 6, “Riforma organica della disciplina delle società di capitali e società cooperative, in attuazione della legge 3 ottobre 2001, n. 366″ (detto anche “legge Vietti” dal suo relatore), che ha meritoriamente introdotto nel Codice Civile una chiara definizione e differenziazione di ruoli nei Consigli di Amministrazione: Presidente, Amministratore Delegato, Consiglieri. Ebbene, la legge assegna all’Amministrazione Delegato  due responsabilità. Solo due, ma essenziali. Egli, dice letteralmente la legge, cura che l’assetto organizzativo, amministrativo e contabile della società sia adeguato alla natura e alla dimensione dell’impresa; quindi riferisce al CdA sia sul generale andamento della gestione sia sulla sua prevedibile evoluzione, ovvero comunica gli effetti attuali e potenziali del suo prendersi cura.

La parola cura ha uno spessore enorme. Nella storia della filosofia moderna è stato soprattutto Martin Heidegger a valorizzarla in una riflessione che parte dalla rilettura di Platone. Per Heidegger l’uomo (l’esserci) ha come sua determinazione esistenziale l’essere-nel-mondo, ovvero  la relazione con gli altri enti, quelli che in termini aziendalistici chiameremmo risorse tecniche, economiche ed umane. E questa relazione costitutiva, in cui consiste propriamente la nostra umanità, si qualifica come un  prendersi cura degli altri enti, in particolare degli altri uomini. E possiamo prenderci cura di loro, dice Heidegger, in due modi: ponendoci al loro posto, sottraendo loro il proprio prendersi cura, quindi dominandoli e rendendoli dipendenti da noi; oppure aiutandoli nel loro prendersi cura, affinché divengano trasparenti a se stessi e liberi nella propria cura. Nel primo caso si avrà una coesistenza inautentica, nel secondo caso una autentica. Nella coesistenza inautentica, tutto si livella in un mondo impersonale, dove il chi si trasforma nel si: si dice, si fa, si giudica il comportamento degli altri per essere certi che nessuno si  distingua nella mediocrità generale. E’ il mondo del taylorismo, del management scientifico, del mobbing. E’ la cura con cui chi detiene il potere pre-scrive la Verità, accumulando principi infrangibili (Wislawa Szymborska, Un amore felice, in Nulla due volte).

La legge Vietti chiede invece al management di porre in essere la seconda modalità, quella che consente ad ognuno di vivere in una dimensione autentica, conviviale, erotica, felice. Una cura che non è una generica “attenzione alle risorse umane”, una retorica “valorizzazione dei talenti”. E’ la cura che Wislawa Szymborska dedica alle tazze rotte (Foglietto illustrativo). E’ una cura concreta. Vale per le persone quello che vale per i gatti di William Borroughs: “Il gatto non offre servigi. Il gatto offre se stesso. Naturalmente vuole cura e un tetto. Non si compra l’amore con niente. I gatti sono pratici” (Il gatto in noi). Se il manager non sa fare questo, è un manager-zombie, un manager che è apparentemente vivo, ma in realtà è morto di fronte alla sua vera responsabilità: prendersi cura di chi gli è affidato.

E questo ai gatti, come alle persone, non si fa, afferma Szymborska nella bellissima  Il gatto in un appartamento vuoto:

Morire – questo a un gatto non si fa. 

 

Perché cosa può fare il gatto

in un appartamento vuoto?

Arrampicarsi sulle pareti.

Strofinarsi tra i mobili.

Qui niente sembra cambiato,

eppure tutto è mutato.

Niente sembra spostato,

eppure tutto è fuori posto.

E la sera la lampada non brilla più. 

 

Si sentono passi sulle scale,

ma non sono quelli.

Anche la mano che mette il pesce nel piattino

non è quella di prima. 

 

Qualcosa qui non comincia

alla sua solita ora.

Qualcosa qui non accade

come dovrebbe.

Qui c’era qualcuno, c’era,

e poi d’un tratto è scomparso,

e si ostina a non esserci. 

 

In ogni armadio si è guardato.

Sui ripiani è corso.

Sotto il tappeto si è controllato.

Si è perfino infranto il divieto

di sparpagliare le carte.

Cos’altro si può fare.

Aspettare e dormire.

 

Che provi solo a tornare,

che si faccia vedere.

Imparerà allora

che con un gatto così non si fa.

Gli si andrà incontro

come se proprio non se ne avesse voglia,

pian pianino,

su zampe molto offese.

 

E all’inizio niente salti né squittii.

Non si dimentichino, gli scientific manager,  di quello che sui gatti ha aggiunto Wislawa Szymborska in una intervista: “i gatti hanno la capacità di offendersi. Un gatto si offende molto facilmente e fa capire che non è contento, che non è stato trattato come meritava. I cani si offendono molto meno, basta una carezza e dimenticano tutto. I gatti, al contrario, perseverano nel loro cattivo umore”.

L’illustrazione di Luigi Serafini è tratta da Le Aziende InVisibili, di Marco Minghetti & The Living Mutants Society, Libri Scheiwiller, 2008.

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