Undicesima Variazione. Le metafore più adeguate per interpretare l’impresa attuale, nella loro inevitabile parzialità, non sono più quelle fondanti i paradigmi manageriali classici, si riferiscono bensì all’idea di azienda come testo labirintico, spettacolare e spettacolarizzato, come rappresentazione circense, come sceneggiatura teatrale o cinematografica, come palinsesto televisivopermeata da una diffusa “nuova educazione sentimentale”.

Ne L’impresa shakespeariana si ricorda come il labirinto sia una struttura antichissima, ma anche la madre di tutte le metafore della realtà individuale e organizzativa: cosa sono la macchina, il cervello, la rete, l’organismo (le metafore fondative dei paradigmi manageriali classici), ma anche la personalità multipla degli odierni “mutanti”, se non labirinti? Il labirinto è un oggetto universale, diffuso praticamente ovunque. Lo dimostra l’attento studio mitologico di Kereny (Nel labirinto 1941). Come oggetto simbolico, infatti, il labirinto si presta a rappresentare il mondo con una forza ideografica tale da poter essere applicata a più livelli dell’esistenza umana. In particolare, non è difficile scorgere la struttura essenzialmente labirintica della celeberrima Biblioteca di Babele borgesiana, con tanto di corridoi e incroci, disposta in modo multiplanare ed infinito. Qui rientra la metafora globale di mondo come libro e come labirinto di cui è impregnata la cultura moderna e che può essere estesa all’universo dell’impresa. In questo senso, labirinti, testi e imprese possono essere ricondotti ad una tipologia schematica che li distingue, anche sotto il profilo dell’evoluzione storica, in unicursali, ad albero, rizomatici, polivoci. [55]

Ma la caratteristica più evidente della società attuale, il suo essere una “società dello spettacolo”, determina una conseguenza importante: i testi che meglio la metaforizzano, anche nella sua varietà aziendale, sono le rappresentazioni, come quelle teatrali, cinematografiche o, per coloro che amano il genere, circensi.[56]

La centralità assunta dai lavori per progetto ormai in ogni singolo business, in ogni fase del processo produttivo, rafforza la validità di questa chiave di lettura. Il leader oggi deve dunque essere al contempo autore, regista e attore, anche perché è continuamente chiamato a costruire un copione nuovo, a dirigere il progetto dello spettacolo essendone interprete per poi, terminata la stagione, passare ad altro progetto, ad altro spettacolo, ad altro obiettivo. Il cambiamento non spaventa il regista: egli sa che dopo uno spettacolo ce ne sarà semplicemente un altro, perché la nuova economia della conoscenza non ammette repliche. In questo senso il modello organizzativo perfetto è la compagnia teatrale. Essa è composta ogni volta da un cast scelto per l’occasione e pronto a ricomporsi in modo completamente diverso per lo spettacolo ovvero il progetto successivo.

I ruoli sono ogni volta determinati in chiave diversa e spetta ad ogni individuo trovare il modo migliore per relazionarsi con quel ruolo. Questo non significa che il lavoro sia sempre divertente, emozionante, nuovo. Come gli attori sanno bene, vi è sempre un momento di stress (il rapporto con il nuovo copione o progetto), un momento di emozione (lo sviluppo), un momento di noia (le duecento repliche dello stesso ruolo) e un momento di lutto (l’abbandono del progetto). A questi si aggiungono l’ansia eventuale rispetto al progetto successivo. Così anche nelle organizzazioni attuali il ciclo dello stress, dell’emozione, della noia e del lutto si susseguono di progetto in progetto, business dopo business, innovazione dopo innovazione. La continuità è rappresentata dalla permanenza della discontinuità.

Come a teatro, le imprese presentano un backstage e un controscena e quindi esigono figure di spettacolo e figure di ottime capacità “dietro le quinte”. Per entrambi i ruoli il Gannt e una sana prontezza di riflessi sostituiscono la catena di montaggio. Come nelle imprese, a teatro non si deve perdere di vista il dettaglio, pur mantenendo la sufficiente flessibilità per rispondere alle sollecitazioni del contesto che ad ogni rappresentazione è diverso (le dimensioni del palcoscenico, la strumentazione disponibile – luci, microfoni, macchinari, la tipologia e la quantità degli spettatori paganti, la stato fisico e mentale dei singoli interpreti), e non ci sono possibilità di duplicare modelli organizzativi, se non dentro format molto ampi.

A ben vedere, la metafora del teatro si sovrappone a quella del Simposio platonico, che assomiglia per molti aspetti ad una recita della Commedia dell’Arte, dove ciascuno, in base al canovaccio, improvvisa la sua parte e si misura con gli altri e con il pubblico.[57] Entrambe le metafore servono bene al fine di raffigurare l’idea che la contemporaneità deve anzitutto sgombrare il campo dalle scorie e dalle macerie della modernità industriale: l’ossessione della produttività e della ricchezza; della precisione maniacale dei sistemi chiusi; la paranoia di avere tutto sotto controllo. Deve trasformare il luogo di lavoro in un convivio; dove saper distinguere le macchine dalle persone (sostituendo il personigramma all’organigramma)[58]; utilizzare le persone per fare il di più e il diverso che le macchine non possono fare.

Se integriamo in questo quadro l’elemento della dispersione geografica, la metafora di riferimento diventa il network televisivo. L’azienda produce una rappresentazione della realtà per il cliente che è il frutto di realizzazioni di stabilimenti, ovvero di studi televisivi diversi, ognuno dei quali è caratterizzato dal modello della carovana temporanea su progetto. Le produzioni messe a sistema ed integrate dal manager centrale, cioè il direttore del palinsesto, grazie alle architetture informatiche e telematiche comuni, costituiscono il risultato aziendale globale.

Ogni rappresentazione infine, pur tenendo conto della sempre maggiore importanza della comunicazione visiva, passa inevitabilmente per il dialogo, il discorso, la parola. Attraverso la parola si compie il grande transito dal decision making al sense making, che richiede, a livello specifico, una nuova capacità relazionale e, a livello più generale, una nuova “educazione sentimentale”. La nuova capacità relazionale dovrebbe comprendere non solo la capacità di rapportarsi con gli altri, accettandone l’insopprimibile unicità, diversità e alterità, e considerando ogni incontro, dalla coppia al piccolo gruppo e grande gruppo, come l’incontro di assoluti distinti, ma anche la capacità di relazionarsi col proprio sé interno, nella convinzione che solo un vero amore del sé può generare un vero amore per gli altri. Se noi siamo sempre alla ricerca del sé, diventeremo capaci di pratiche di cura, di relazioni cioè in cui qualcuno si assume la responsabilità di lavorare per la crescita dell’altro.


[55] Cfr Minghetti, 2002, pp 376-382.

[56] Già ne Le parole e le cose (Sperling&Kupfer, 1995), Marco Minghetti e Giorgio Del Mare individuavano nel circo la migliore metafora dell’impresa. Lo spettacolo circense è infatti costituito da numeri autonomi realizzati da professionisti – generalmente in team – ben gestiti e a imprenditività diffusa. Il top management integra, ordina e coordina, garantendo il macrorisultato finalizzato e l’immagine sul mercato. Il pubblico vede, ammira, compra le prodezze individuali o di gruppo, ma solo nel contesto dello spettacolo complessivo. Il design organizzativo che emerge dall’applicazione della metafora circense all’azienda comprime i livelli gerarchici, semplifica i processi e, di conseguenza, riduce il management, soprattutto ai piani alti (p. 68). In tempi più recenti, studiosi di management, come Thomas J. DeLong e Vineeta Vijayaraghavan (Harvard Business Review, 2002) e molti altri, hanno attribuito il valore di autentico benchmark dell’innovazione strategica al Cirque Du Soleil.

[57] Così ad esempio conclude il suo intervento Pausania: “Ecco, mio caro Fedro: io non ho fatto che improvvisare; è questo il mio tributo per Eros”. Non va peraltro dimenticato che nel Simposio platonico i convenuti si ritrovano per celebrare il successo ottenuto da Agatone a teatro.

[58] Cfr P. Trupia “Personigramma” in La metamorfosi manageriale, a cura di M. Minghetti, Sperling&Kupfer 1994.

L’illustrazione Fuga da messer Alichino (particolare) è di Stefano Faravelli

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