Dodicesima VariazioneLe realtà aziendali odierne possono essere definite “organizzazioni occamiste” che, tra le loro caratteristiche chiave, hanno relatività, interconnessione, metadisciplinarietà, non permanenza.

L’Occidente individua nella pietas reciproca una soluzione che in Oriente corrisponde alla compassione per ogni manifestarsi della vita, anche se tale compassione là non si coniuga con l’attitudine pratica e l’attivismo tipicamente occidentale, quel genius loci[59] che ha dato vita alla grande rinascenza italiana ed europea, sia sul versante artistico sia su quello imprenditoriale. Pur con questa essenziale precisazione, si può tuttavia affermare che l’umanesimo, nelle sue genesi e riedizioni storiche, ritrova le proprie origini, la sua continuità morale a partire dal progetto di una polis poliglotta e multiculturale, mediabile tra le diversità attraverso la politica, non affidandola al caos, alla fortuna, alla scaltrezza e alla supremazia degli uni contro gli altri.

Senso della individualità e guida per un “buon governo”non dei sudditi ma dei soggetti attivi, loquaci, talvolta intemperanti per interessi contrapposti da riconciliare (da piegare, se necessario, agli interessi comuni prevalenti) sono soltanto alcune tra le componenti, certamente quelle costitutive, di una “umanistica umana”. Essa esige però che un arbitro riconosciuto (e non un arbitrio), una visione prospettica (e non un scegliere contingente), un suo cosmo dove le false contrapposizioni tra cultura scientifica, cultura politica, cultura speculativa e artistica vengano meno (e non un supermercato di offerte) nell’accettazione della impossibile riconduzione della varietà ad un sapere inglobante, più che enciclopedico, pansofico.

L’umanesimo ritrovato nella nostra quotidianità può dunque essere rappresentato dalla tendenza a cercare la gamma delle “verità convenzionali” necessarie a potersi ridefinire umani nelle circostanze più diverse. Verità relative che devono aprirsi l’una all’altra, dialogare, senza perdere con ciò la propria specificità e senza arrivare ad una sorta di “armonia prestabilita”.

E’ questo sapere che si nutre di tante “verità” dialoganti e, se del caso, configgenti nel senso del conflitto eracliteo (“ciò che si oppone converge, e la più bella della trame si forma dai divergenti; e tutte le cose sorgono dal confronto”), l’elemento chiave per il funzionamento della organizzazione contemporanea, basata non sulla massima divisione possibile del lavoro, ma sul principio opposto, vale a dire la massima compattazione possibile del lavoro e sulla riduzione delle entità non strettamente necessarie. Per questo motivo, l’organizzazione post-tayloristica può essere definita anche “organizzazione occamista”. Al filosofo Guglielmo d’Occam (1300-1347) si fa infatti risalire la famosa frase “entia non sunt moltiplicanda sine necessitate” (le entità non devono essere moltiplicate oltre quanto è strettamente necessario). E’ il “rasoio di Occam” che gli stessi storici della filosofia chiamano “principio di economia”.

Se l’organizzazione tayloristica è caratterizzata da un moto centrifugo, che tende a distinguere e moltiplicare gli specialismi, nell’organizzazione occamista tutte le discipline manageriali sono soggette ad un processo centripeto, per il quale esse sono attratte le une verso le altre. Il che non significa che sia un’organizzazione di “dilettanti”, nella quale tutti sanno fare tutto, né che sia dedita al solo culto dell’efficientismo fine a sé stesso. E’ bensì importante acquisire abilità metadisciplinari piuttosto che multidisciplinari. Metadisciplinarità, contrapposta ad ogni eccessiva e babelica commistione, significa sostanzialmente che le persone sono in grado di fare due cose: relativizzare il contributo della propria disciplina rispetto ad altre discipline e dialogare con gli operatori interni ed esterni di discipline diverse dalla propria. Essere metadisciplinari significa in sostanza avere la capacità di fare riferimento, direttamente o indirettamente, a competenze diverse da quelle che si possiedono pienamente. Ora, se la multidisciplinarità può essere garantita da un’équipe di specialisti e la interdisciplinarità da un dialogo tra specialisti, la metadisciplinarità sorge da uno sguardo che nasce da una ampia visione del mondo: delle sue premesse, dei suoi modi di essere, dei suoi fini.


[59] Trupia, 2000, p. 29

L’illustrazione L’Occultamento dei Pennelli Fatati è di Stefano Faravelli

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