
Quando i social readers incontrano i Pop Manager
Immaginate questa scena: i 500 membri del gruppo LinkedIn di social reading del romanzo “E” – manager, consulenti, accademici, professionisti di diversi settori – si trovano davanti agli otto profili della serie Che Pop Manager sei?. Quali conversazioni nascerebbero? Quali riconoscimenti? Quali cortocircuiti tra la loro esperienza di lettura collettiva e questi archetipi di leadership pop?
Questo è il punto: la serie di Pop Quiz – dall’Esteta (Prolegomeni 117) al Pratico/Pratica (Prolegomeni 133), passando per Visionario/Visionaria (Prolegomeni 119), Empatica/Empatico (Prolegomeni 121), Innovatore/Innovatrice (Prolegomeni 123), Simposiarca (Prolegomeni 125), Esploratore/Esploratrice (Prolegomeni 127), Ironic Diva/Divo (Prolegomeni 129) – e l’esperienza del social reading sono due facce della stessa medaglia: dispositivi per costruire community narrative.
Fin ad ora queste due dimensioni del Pop Management hanno viaggiato parallele. Potrebbero intrecciarsi, contaminarsi, generare qualcosa di nuovo. Oggi voglio mostrare come i Pop Quiz possano diventare strumenti per trasformare le organizzazioni in spazi narrativi condivisi, sul modello di ciò che sta accadendo nella community di “E”.
L’azienda narrativa: un’idea che viene da lontano
Il concetto di “azienda narrativa” attraversa tutta la mia riflessione, dallo Humanistic Management al Pop Management, passando per progetti come Hamlet, Alice Postmoderna, Le Aziende InVisibili. L’azienda è un organismo che genera e si nutre di narrazioni, non solo un’entità produttiva.
Come si legge nella Prima Variazione del Manifesto dello Humanistic Management: «Occorre un discorso che metta al centro l’”arte”, quale ci è mostrata in massimo grado da poeti, romanzieri, drammaturghi: da “umanisti” nel senso rinascimentale, narratori di storie, “facitori di senso” (sensemakers) tramite il romanzo, la poesia, l’autobiografia, il teatro, il cinema, ma anche il social networking e il web 2.0».
Tra il 1997 e il 2003, Hamlet funzionava come una community interpretante: una comunità di manager, formatori, consulenti, accademici che contribuivano alla costruzione di un discorso collettivo sul management. Come ha scritto Piero Trupia nella sua autobiografia Cento talleri di verità: «Marco ha creato la Community e l’ha tenuta in vita con quattro mosse vincenti: il referente Shakespeare; il carattere tematico di ogni numero, configurato come una alternativa; una semplice ispirazione ai contributori; nessun intervento censorio o correttivo».
Quella community si teneva insieme attraverso la narrazione. Era uno spazio narrativo condiviso dove le storie – delle aziende, delle persone, delle idee – si intrecciavano e si contaminavano.
Leadership Pop e narrazioni seriali: imparare dai personaggi complessi
Il Prolegomeno 157 (Leadership Pop. Imparare la leadership dalle serie TV) ha sviluppato una tesi precisa: le serie TV contemporanee sono diventate il principale laboratorio narrativo per comprendere la leadership nella complessità. Offrono personaggi multidimensionali che navigano dilemmi morali, gestiscono potere e responsabilità, evolvono attraverso fallimenti e successi.
Le serie TV ci mostrano leader che sbagliano, cambiano idea, si contraddicono – e proprio per questo sono credibili. Walter White in Breaking Bad insegna come l’identità professionale possa divorare quella personale. Don Draper in Mad Men mostra quanto sia difficile distinguere l’autenticità dalla performance quando il tuo lavoro è costruire narrazioni per gli altri. Olivia Pope in Scandal incarna la tensione tra potere e vulnerabilità, tra controllo esterno e caos interno.
Questi personaggi sono configurazioni dinamiche di leadership che si trasformano episodio dopo episodio, stagione dopo stagione. Questa fluidità li rende strumenti preziosi per comprendere la leadership contemporanea: una pratica narrativa in continua evoluzione, non un insieme di competenze da possedere.
I Pop Quiz attingono a questa logica: usare icone culturali condivise – personaggi di serie TV, artisti, figure storiche rilette in chiave pop – per costruire mappe narrative dell’identità manageriale. Personaggi riconoscibili che portano con sé intere costellazioni di significato, non categorie psicometriche astratte.
Quando dico “sei un Visionario come Neo in Matrix” sto evocando un intero immaginario: la capacità di vedere oltre le apparenze, il coraggio di sfidare il sistema, la responsabilità di guidare altri verso la libertà. È narrazione concentrata, comprensibile. Come quando parliamo di Walter White o Olivia Pope: l’archetipo è già condiviso.
Dallo storytelling aziendale all’azienda come community narrativa
Lo storytelling aziendale è ormai mainstream. Ogni azienda oggi sa di dover “raccontare la propria storia”, costruire narrazioni coinvolgenti, creare legami emotivi con stakeholder interni ed esterni. Come sottolineato da Marianna Porcaro nel suo Opinion Piece (Prolegomeni 44): «Il transmedia storytelling consente ai brand di costruire universi narrativi che si espandono su più piattaforme, permettendo alle persone di entrare in queste storie in modi diversi e di diventare parte attiva della narrazione».
C’è una differenza sostanziale tra un’azienda che usa lo storytelling come tecnica di comunicazione e un’azienda che è una community narrativa.
Nel primo caso, l’azienda produce storie dall’alto, le distribuisce attraverso canali controllati, le utilizza per persuadere o sedurre il proprio pubblico. È storytelling unidirezionale, per quanto sofisticato e multicanale.
Nel secondo caso, l’azienda si costituisce come spazio narrativo condiviso dove tutti – collaboratori, manager, clienti, partner – sono potenziali autori. La narrazione emerge dal basso, dall’interazione, dal confronto. C’è una molteplicità di voci che si intrecciano, si rispondono, si contaminano.
Riprendendo la ricerca di Alessandra Mazzei e Alessandra Cappello (Prolegomeni 77, 83), l’azienda può costituirsi come community narrativa. È una configurazione organizzativa concreta, che richiede strumenti, processi, culture specifiche.
Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, che in Prolegomeni 83 richiamo criticando la sua visione pessimistica, sostiene: «I modelli narrativi populisti, nazionalisti, di estrema destra o tribali, inclusi i modelli narrativi complottistici, rispondono proprio a questo bisogno. Lo storytelling dà forma solo a una community, che è la versione mercificata della comunità. La community è composta da consumatori. Nessuno storytelling sarebbe in grado di accendere quel fuoco attorno al quale gli esseri umani si raccolgono per raccontarsi storie».
Han oppone “community” (mercificata, consumistica) a “comunità” (autentica, narrativa). La mia esperienza con il Pop Management dimostra che questa opposizione si può superare: è possibile costruire community collaborative basate su ascolto, confronto, empatia sistemica e cocreazione di valore. Community che sono spazi attivi di produzione collettiva di senso.
Il social reading come prototipo di community narrativa
Il gruppo LinkedIn di social reading del romanzo “E” rappresenta, in forma concentrata e sperimentale, questo modello di community narrativa.
Lanciato il 19 dicembre 2024, in poche settimane ha raggiunto circa 500 adesioni. Ma più che la quantità, conta la qualità dell’ecosistema che si è generato. La mappatura dei membri mostra una presenza rilevante di grandi aziende – una sessantina – rappresentate a livelli manageriali significativi. C’è il mondo editoriale (Il Sole 24 Ore, Repubblica, Corriere, RAI, Harvard Business Review), università (Bicocca, IULM, Sapienza), fondazioni, enti no profit. E c’è una presenza significativa di professionisti di diverse industry e aree funzionali: una delle prime volte che persone di contesti così diversi condividono una conversazione collettiva su temi di innovazione narrativa e AI.
Cosa tiene insieme questa community? Il romanzo – E – è stato costruito con una metodologia che richiede interpretazione attiva: il distant writing collaborativo (Prolegomeni 150). Coordinando tre sistemi AI (Claude, ChatGPT, Gemini) come esecutori testuali mantenendo pieno controllo autoriale, ho prodotto un testo che è insieme letteratura e dispositivo di interrogazione sulla creatività umana nell’era dell’intelligenza artificiale.
Il social reading è una community interpretante: uno spazio dove i lettori costruiscono il senso del testo attraverso domande, connessioni, confronti. Come ho scritto nel post di lancio del gruppo: «Settare il gruppo è l’essenza del social reading. Dobbiamo sapere chi siamo, quali esperienze portiamo al testo, quale ‘cassetta degli attrezzi’ usiamo per decodificare una storia. È il nostro contratto di lettura collaborativa».
Cosa emerge da questa conversazione? Interpretazioni del romanzo e una riflessione sul metodo: cosa significa creare con l’AI? Dove sta l’autorialità? Come si riconosce la mano umana? Cosa cambia nella scrittura quando gli esecutori testuali sono macchine intelligenti?
Sono domande che riguardano il management contemporaneo. Il distant writing è una metafora perfetta del Pop Management: coordinare intelligenze diverse (umane e artificiali) mantenendo visione e responsabilità autoriale. Come il Pop Manager coordina team, processi, strumenti senza perdere la bussola del senso.
I Pop Quiz come dispositivi di auto-narrazione organizzativa
Perché proprio ora, mentre il social reading dimostra la forza delle community narrative, ha senso riprendere in mano la serie “Che Pop Manager sei?”?
Perché questi quiz sono dispositivi di auto-narrazione: strumenti che aiutano manager e professionisti a costruire una storia di sé attraverso figure pop riconoscibili, icone culturali condivise.
Quando qualcuno scopre di essere un Simposiarca – il Pop Manager che sa orchestrare conversazioni e facilitare l’intelligenza collettiva – sta trovando un linguaggio narrativo per descrivere il proprio stile, per comunicare agli altri come lavora, per riconoscersi in una comunità di pari.
I quiz funzionano perché attivano il potere del racconto nelle organizzazioni. Come scrive Federico Platania nel suo Opinion Piece (Prolegomeni 109), riprendendo Hannah Arendt, raccontare è il modo in cui diamo senso alla nostra esistenza. E Platania prosegue: «Riattiviamo allora il racconto dentro le aziende. Facciamo tornare il linguaggio a essere un ponte, non un recinto».
Ogni profilo – dall’Esteta all’Ironic Diva/Divo, dall’Esploratore/Esploratrice al Pratico/Pratica – è un archetipo narrativo che permette di:
Sono dispositivi fluidi. Come scrivo in Prolegomeni 133 (Pratico/Pratica): «Le variazioni impermanenti». Nessuno è solo un profilo: siamo tutti configurazioni dinamiche che cambiano a seconda dei contesti, dei momenti, delle sfide.
L’azienda narrativa nella pratica: dal Pop Branding alla community
La serie sul Pop Branding (Prolegomeni 80, 81, 82, 124) ha mostrato come i brand più efficaci oggi siano quelli che creano spazi narrativi aperti dove consumatori e stakeholder possono diventare coautori.
Luca Cavallini, nelle Conversazioni Collaborative sul Pop Branding, sottolinea: «Le marche, attraverso narrazioni coinvolgenti, possono creare legami emotivi sia all’interno dell’azienda che con i consumatori». Il punto è costruire autentiche comunità di senso dove le persone si riconoscono, si raccontano, si trasformano.
Con il romanzo “E” ho creato uno spazio narrativo condiviso – il gruppo LinkedIn – dove 450 persone stanno costruendo il significato dell’opera. Alcuni portano competenze letterarie, altri esperienze aziendali, altri ancora sensibilità filosofiche o tecnologiche. La community è intelligenza emergente.
Questo è il modello di “azienda narrativa” che il Pop Management propone: organizzazioni che si configurano come ecosistemi di conversazione, dove la leadership facilita l’emergere di narrazioni multiple mantenendo coerenza di visione.
CEOPOP: quando la leadership si fa narrazione condivisa
La serie sui CEOPOP (Prolegomeni 112, 113, 114, 115, 116) – curata da Alessandra Pilia – ha esplorato questa dimensione: CEO e imprenditori che abitano lo spazio narrativo dell’organizzazione, ascoltano le storie che emergono dal basso, facilitano il dialogo tra diverse voci.
Come scrive Alessandra Pilia in Prolegomeni 113: «Il CEOPOP è una voce che vuole aggregare le Persone in azienda per la crescita di ogni individuo e dell’impresa stessa». Il CEO è facilitatore di una conversazione collettiva che genera senso condiviso.
I profili dei Pop Quiz diventano interessanti: un CEO può riconoscersi come Visionario/Visionaria e scoprire che per gestire il cambiamento in atto ha bisogno di integrare competenze da Simposiarca (facilitazione del dialogo) e da Empatica/Empatico (ascolto profondo). I quiz sono mappe narrative che aiutano a navigare la complessità del ruolo.
L’Engagement come partecipazione narrativa
Nei Prolegomeni sull’Engagement Pop (83, 84, 85) ho sostenuto una tesi precisa: l’engagement significa far diventare le persone autrici della narrazione organizzativa.
Alessandra Mazzei e Alessandra Cappello, nel loro Opinion Piece (Prolegomeni 77), propongono il concetto di MultiUniqueness: un ambiente dove diverse generazioni e culture si arricchiscono preservando la propria unicità. Questa unicità si esprime attraverso storie: ognuno porta la propria narrazione, il proprio punto di vista, la propria “cassetta degli attrezzi” interpretativa.
L’engagement si legge nelle conversazioni quotidiane: chi parla? Chi ascolta? Quali storie circolano? Quali voci emergono? Quali restano inascoltate?
Il social reading del romanzo “E” mi ha insegnato qualcosa di fondamentale: quando le persone si sentono legittimate a interpretare, quando capiscono che il loro contributo narrativo conta, l’engagement si genera. I 450 membri del gruppo si sono aggregati perché hanno intuito che quello era uno spazio dove la loro voce poteva fare la differenza.
Il linguaggio come ponte: dalla burocrazia alla narrazione
Federico Platania (Prolegomeni 109) propone un manifesto minimo per il linguaggio del Pop Management, il manifesto L.I.B.E.R.A.:
«Il linguaggio – scrive Platania – è fondamentale». Attraverso il linguaggio costruiamo narrazioni. Le narrazioni costruiscono culture organizzative.
Pensate all’aziendalese: quel linguaggio burocratico, asettico, spersonalizzato che domina troppe organizzazioni. È il linguaggio della non-narrazione: frasi fatte, acronimi incomprensibili, formulari standard.
Il Pop Management propone un’alternativa: usare il linguaggio pop – quello delle serie TV, dei podcast, dei videogiochi, della cultura contemporanea – per rendere le organizzazioni competitive sul piano narrativo. Come ho scritto nell’Assunto Fondamentale (Prolegomeni 1): «Se l’azienda vuole ascoltare ed essere ascoltata dai propri stakeholders interni ed esterni, deve essere in grado di competere con tutto ciò che nel mondo contemporaneo assume le forme (i format) della Cultura Pop: un podcast, un videogioco, una serie tv, un reel».
I Pop Quiz come format pop per l’auto-consapevolezza manageriale
I Pop Quiz “Che Pop Manager sei?” sono un format pop per esplorare l’identità manageriale.
Sono dispositivi narrativi ludici che usano il linguaggio della cultura pop (icone, metafore, riferimenti condivisi) per facilitare l’auto-riflessione.
Quando chiedo: “Sei più Andy Warhol o Frida Kahlo?” sto usando un codice culturale immediato. Sono icone culturali condivise che funzionano come ancore narrative e permettono conversazioni immediate.
Un manager che scopre di essere un Ironic Diva/Divo – il profilo che «sa giocare con i ruoli, destabilizzare le convenzioni e usare l’ironia come strumento di leadership autentica» – ha in mano una storia di sé che può raccontare agli altri. Quella storia apre conversazioni, genera riconoscimento, crea connessioni.
Otto profili, infinite combinazioni
Gli otto profili pubblicati finora costituiscono una mappa narrativa per permettere a manager e professionisti di:
Si chiude il cerchio con il social reading: entrambi – i Pop Quiz e la community di “E” – sono dispositivi per costruire community narrative. Uno lavora sull’identità individuale (chi sono come manager?), l’altro sulla dimensione collettiva (come costruiamo insieme il senso di un testo?). La logica è la stessa: facilitare l’emergere di narrazioni condivise.
L’opportunità per le organizzazioni
La mappatura del gruppo social reading mostra qualcosa di interessante: una sessantina di grandi aziende, rappresentate a livelli manageriali significativi, si è iscritta. Questo denota un grande interesse per i temi del distant writing, dell’AI collaborativa, della produzione collettiva di senso.
C’è un’opportunità più profonda: questi manager stanno sperimentando cosa significa partecipare a una community narrativa. Stanno vivendo – attraverso il social reading – il modello di azienda che il Pop Management propone.
Molti si stanno chiedendo: «Come potremmo replicare questo modello nella nostra organizzazione? Come potremmo trasformare i nostri team in community interpretanti? Come potremmo facilitare conversazioni generative?»
I Pop Quiz possono essere uno strumento di attivazione per far partire conversazioni sull’identità manageriale all’interno delle organizzazioni. Dispositivi narrativi che generano dialogo, confronto, riconoscimento reciproco.
Conclusione: mettiti in gioco
«Mettiti in gioco. Scopri che pop manager sei». Così conclude la pagina che raccoglie gli otto profili.
“Mettersi in gioco” significa accettare di abitare lo spazio narrativo dell’incertezza, dove esistono configurazioni fluide, non categorie definitive. Dove serve conversare, confrontarsi, raccontarsi.
I Pop Quiz, come il social reading, sono dispositivi di conversazione. Funzionano se generano dialogo. Funzionano se creano comunità. Funzionano se aiutano le organizzazioni a diventare quello che sono sempre state quando funzionavano meglio: spazi narrativi condivisi dove le persone costruiscono insieme il senso di quello che fanno.
Tre inviti:
Il Pop Management è questo: trasformare il management in pratica narrativa collettiva.
Le narrazioni sono ciò che ci rende umani.
162 – continua
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