Sensemaking e storytelling

Sensemaking e storytelling

Di fronte ad un mondo ‘complesso’, in rapido e continuo mutamento occorre non un nuovo paradigma, non una nuova verità assoluta, assiomatica, ma piuttosto un nuovo tipo di discorso: che ci  parli di come si coglie l’emergere del nuovo, di come si impara ad imparare, dunque di un discorso che metta al centro l’‘arte’, quale ci è mostrata in massimo grado da poeti, romanzieri, drammaturghi: da “umanisti” nel senso rinascimentale,  narratori di storie (storyteller)  “facitori di senso” (sensemakers), dunque convocatori tramite  il romanzo, la poesia, l’autobiografia, il teatro, il cinema.

Secondo lo studioso Karl Weick, il sensemaking è un processo connotato da  sette caratteristiche:

  • la costruzione di identità, individuale e collettiva;
  • la retrospettività, per cui  la creazione di significato si riferisce a ciò che è già avvenuto, più che a  ciò che avverrà;
  • l’istituzione di ambienti sociali tramite le persone che vi operano, senza dimenticare che
  • il substrato sociale modella l’interpretato e l’interpretante;
  • la continuità: il sensemaking è un never ending process,
  • centrato su informazioni selezionate (pensiamo ad  Internet. Per non naufragare nel mare di dati reperibili, ogni  lettore-autore dovrà costruire personali percorsi di senso, tramite l’eliminazione di  ciò che con tali specifici percorsi è incoerente);
  • la plausibilità.

 

Alice la Sensemaker

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